Il Buco emotivo, come riempirlo?

Ti è mai capitato di sentire un senso di mancanza? Non sai bene la mancanza di cosa, ma di sicuro senti un vuoto e un bisogno di riempimento, esattamente come senti lo stomaco vuoto quando hai fame. Sentire un buco nella pancia è una metafora per parlare di quel senso di vuoto, di angoscia e di dolore inconsolabile che alcune esperienze ci attivano. 

A volte è difficile trovare le parole per raccontare come ci sentiamo, a volte abbiamo bisogno di sentirci raccontati. Da piccoli ci venivano lette le fiabe e i loro personaggi coinvolti in mirabili avventure aiutavano la nostra mente a trovare immagini e possibili cornici di senso al nostro mondo interiore. Le storie aiutano a integrare i frammenti della nostra esperienza emotiva non solo da bambini, ma durante tutta la nostra vita. 

Ecco perché vogliamo consigliarvi la lettura di questo albo illustrato: Il Buco, di Anna Llenas, edito da Gribaudo.

C’era una volta Giulia, una bambina allegra, spensierata, ma all’improvviso un giorno tutta la sua serenità sparì e si ritrovò con un grande buco nella pancia, da cui uscivano mostri e vento gelido. Giulia iniziò freneticamente la ricerca di un tappo per quel suo buco, così da non sentire più tutti quei fastidi. Ne provò tanti, diversi, ma nessuno era quello giusto, il buco restava sempre lì con tutta la sua profondità. Un giorno smise di cercare tappi, cadde esausta sul pavimento e si sciolse in un lungo pianto. Le lacrime si esaurirono e rimase in silenzio, a lungo, finchè non trovò il coraggio di guardare dentro il suo buco e dopo che i suoi occhi si adattarono all’oscurità cominciò a scorgere immagini, melodie, mondi interi. Il buco cambiò forma ma non si chiuse mai del tutto, ma Giulia ora lo sentiva come una parte di sé, come una ricchezza e non come una mancanza.

Quando ci sentiamo male, in un modo impulsivo cerchiamo di “sentire meno male”, attivando meccanismi di difesa istintivi più o meno funzionali. Può capitare di cercare fuori di noi un qualcosa che ci aiuti a regolare i nostri stati emotivi interni disturbanti: ad esempio da adulti quando ci coglie la tristezza o la rabbia possiamo comprare oggetti e vestiti, abbuffarci con il cosiddetto comfort food oppure buttarci a capofitto nel lavoro etc.

Il ricorso a un regolatore esterno, ovvero ai “tappi”, può diventare sempre più frenetico e cristallizzandosi può sfociare in stati di malessere gravi, come ad esempio nelle “new addictions” o dipendenze comportamentali: quelle condizioni psicopatologiche in cui la persona non riesce a stare in contatto con le proprie emozioni negative e ricerca un oggetto o un’attività  socialmente accettata (ad esempio il telefono cellulare, internet, il sesso) che agendo sui circuiti neurali della ricompensa diventano illusoriamente regolatori emotivi. La persona riuscirà sempre meno a limitarne l’uso e l’iniziale sollievo offerto sarà sostituito da una crescente distorsione dell’esperienza individuale. 

Una new addiction di cui si sente molto parlare è la Dipendenza Affettiva o Love Addiction, ovvero quella condizione in cui si vive la relazione come elemento imprescindibile alla propria esistenza e il nostro funzionamento ruota interamente attorno alla relazione che abbiamo con il partner. Partendo dalla sensazione di non poter vivere senza l’Altro, la persona è spinta a ricercarne sempre la presenza, ad aumentare il tempo speso insieme fino ad annullare quello impegnato in altre esperienze e a chiudersi in un autoisolamento. Come nelle dipendenze da sostanze, l’individuo ha la sensazione di provare piacere e benessere solo attraverso l’Altro, sperimenta una sorta di astinenza, ovvero uno stato di disperazione inconsolabile nei distacchi, con una riduzione della capacità lucida e critica rispetto a sè e agli eventi e un crescente bisogno incontrollabile della presenza del partner. 

Siamo portati a pensare alla dipendenza affettiva come una modalità relazionale non sana tipica della coppia amorosa, ma in realtà può interessare tutte le relazioni diadiche significative, ad esempio quella tra genitore e figli, tra fratelli e sorelle, tra amici o perfino medico e paziente (Antonelli et al., 2021). In ogni relazione infatti si può riproporre una sorta di schema disadattivo, caratterizzato dalla convinzione di non poter essere amabili, dal terrore della perdita e dell’abbandono e in cui il bisogno pervasivo dell’Altro alimenta un costante stato di allarme rispetto al quale il soggetto non sente di poter avere alcun controllo, o meglio regolazione, vivendo forti stati depressivi e ansiosi.

Il nostro sistema di regolazione emotiva viene a costruirsi attraverso le nostre prime esperienze relazionali, è legato al nostro sistema di attaccamento. Quando da piccoli le persone che si occupavano di noi non sono state in grado di porsi in ascolto dei nostri bisogni, sono state assenti, incostanti o imprevedibili, non riusciamo a sviluppare né una chiara percezione di noi stessi e di come ci sentiamo, né un senso di competenza e di sicurezza, nè adeguate strategie per tollerare e controbilanciare le nostre emozioni. Da adulti riproporremo nelle nostre relazioni affettive gli stessi modelli vissuti, in cui la nostra dis-regolazione emotiva è sia origine che risultato, come un serpente che si morde la coda.

Quella sensazione di avere un buco dentro, un senso di difettosità, è da una parte la nostra ferita, ma anche la porta per entrare in un contatto autentico con il nostro mondo emotivo, per ricominciare a sperimentare nuove modalità di comprensione e di cura della nostra persona e di relazione con gli altri.  

La psicoterapia aiuta a non entrare soli in quel buco e a ritrovare un senso di interezza e continuità di sé e a trasformare il proprio sistema di regolazione emotiva, così da poter costruire un senso di benessere, in cui il vissuto di solitudine angosciante lascerà il posto a un senso di nuova autonomia.

Bibliografia:

A. LLenas, Il Buco, Gribaudo, 2016

V. Caretti e D. La Barbera, Le dipendenze patologiche, Raffaello Cortina Editore, 2004

R. Norwood, Donne che amano troppo, Feltrinelli, 2013

A. N. Schore, La regolazione degli affetti e la riparazione degli stati del sè, Astrolabio Ubaldini, 2008

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