Saper ‘allentare’: Il rilassamento

Se ne sente parlare spesso: siamo troppo stressati, dovremmo rilassarci di più..

Ognuno di noi nella propria vita quotidiana spontaneamente già pratica qualche attività di rilassamento, magari senza chiamarla così.

Ma cos’è esattamente il rilassamento (dal latino re- e laxare: allentare) e come lo si raggiunge?

Cos’è il rilassamento?

Negli anni ’70 Benson definisce quella che viene chiamata Risposta di Rilassamento, uno stato psicologico e fisico di profonda quiete e riposo, che è l’opposto della risposta attacco-fuga (fight o flight).

In termini più generali, il rilassamento è uno stato mentale e fisico di abbassamento di attivazione e di calma.

La capacità di rilassarsi può portare effetti benefici. Non solo sospende la sensazione di stress e tensione e ci dà la sensazione che possiamo riporci ed allentare le sensazioni sgradevoli, ma è ormai assodato dalla ricerca che esperienze di rilassamento possono aiutare nei disturbi d’ansia e in alcuni casi anche per persone che soffrono di disturbi organici.

È stato infatti dimostrato che la capacità di rilassarsi in modo completo, porta benefici alla salute e al benessere mentale (abbassamento di sintomi ansiosi e di sensazione di tensione), così come benefici fisici (regolazione della pressione, abbassamento dei livelli ormonali correlati allo stress).

Come si può raggiungere uno stato di rilassamento?

Tutti noi abbiamo la capacità innata di rilassarci, ma può succedere che nel corso della vita o in periodi particolari di stress e difficoltà facciamo fatica a raggiungere questo stato.

Se si hanno difficoltà a raggiungere uno stato di rilassamento, il primo passo da fare è capire che la capacità di raggiungere uno stato di rilassamento può essere allenata.

Non importa dunque da quale stato di tensione partiamo, un passo alla volta possiamo allenarci a capire cosa funziona e cosa no per noi, come riconoscere la sensazione di rilassamento e come gestirla e utilizzarla volontariamente per il nostro benessere.

Facciamo una prova adesso:

Fai un respiro normale e poi trattienilo per 7 secondi (conta 1001, 1002, 1003..), in contemporanea, incrocia le caviglie e tendi i muscoli delle gambe, cercando di spingerle le gambe l’una contro l’altro o di allontanarle, ma sempre tenendo incrociate le caviglie. Dopo 7 secondi, lascia andare il fiato e tutta la tensione delle gambe e lascia fluire la tensione.

Se hai provato a fare questo breve esercizio, puoi provare ad esplorare la differenza tra le sensazioni durante la fase di contrazione e la fase di rilascio. Questa è l’esperienza di rilassamento.

Esistono molte strade, o tecniche, per raggiungere uno stato di rilassamento.

Alcune sono basate su immagini mentali e visualizzazioni, altre su esercizi di regolazione dello stato di contrazione di gruppi muscolari, altre ancora sulla meccanica e frequenza respiratoria. Esistono poi una serie di pratiche derivate dalla meditazione, che non è di per sé una tecnica di rilassamento, che hanno come effetto secondario l’induzione di uno stato di calma.

Alcune persone sperimentano una sensazione spiacevole quando iniziano ad utilizzare queste tecniche: questo fastidio è il segnale che l’esercizio di rilassamento sta funzionando e che la mente e il corpo stanno provando ad allentare la tensione. Come tutti gli stati di ‘transizione’, in cui sperimentiamo dei cambiamenti a livello fisico e mentale, questa sensazione di allentare la tensione può essere sgradevole.

Ogni tanto basta un po’ di allenamento, ogni tanto ci vuole una vera e propria ‘fisioterapia del rilassamento’.

In questo secondo caso, un professionista può aiutare a scegliere quali esercizi funzionano meglio o peggio e quali trucchetti utilizzare per allenarsi in modo più proficuo. Affidarsi ad un professionista permette inoltre di poter esplorare quali sono le cause profonde che sostengono la difficoltà cronica o transitoria a rilassarsi.

Tu chiamale, se vuoi, emozioni. La difficoltà di entrare in contatto con sè stessi.

Avete presente quelle giornate in cui sentite qualcosa ma non riuscite a capire cosa? Se la risposta è si, potrebbe esservi di conforto sapere che non siete soli.

Come essere umani siamo splendidamente imperfetti, e in questo caso l’imperfezione è presente nella nostra mente e nella capacità di sentire le emozioni. Questo difetto di fabbrica è presente in tutti noi e qualche volta non ci permette di identificare, capire o anche sentire realmente le emozioni che stiamo vivendo. Ed è per questo che alcune emozioni, in alcuni momenti, ci rimangono dentro in una forma che non riusciamo proprio a definire. Un po’ come quando l’oculista ci propone di leggere delle lettere che non riusciamo a vedere: sappiamo che ci sono, le percepiamo, ma non riusciamo proprio a distinguerle con chiarezza. Ma le emozioni vivono sempre dentro di noi anche quando non le capiamo fino in fondo, o magari, rifiutiamo accettarle. 

In tema di non accettazione, pensiamo a quei periodi in cui abbiamo un sacco di cose da fare, gli impegni si sono improvvisamente accavallati tra di loro e ci sentiamo carichi di cose da fare. Probabilmente sentiremo un normale, seppure spiacevole, stato di stress. Se però non ci concediamo di viverlo e sentirlo, lo stress può diventare esso stesso un’ulteriore cosa che dovremo gestire e finiremo per provare ansia. Ma se lo stress è poco piacevole, l’ansia è decisamente sgradevole e allora potremo trovarci, anche a nostra stessa insaputa, a mettere in atto tutta una raffinata serie di comportamenti che ci permettono di evitare di entrare realmente in contatto con quella particolare sensazione di non essere abbastanza, di non avere fiducia in noi stessi, di non essere abbastanza bravi, belli, forti ecc. Ecco quindi che faremo di tutto per tenerci sempre occupati a fare qualcosa, cercare costantemente la compagnia di qualcun’altro o evitare specifiche situazioni. E anche se sentiamo che il dolore è da qualche parte dentro di noi, in superficie adottiamo un fragile buonumore, sforzandoci di sorridere nonostante tutto, per mascherare la ferita che abbiamo subito. Piuttosto che dichiarare a noi stessi che siamo vulnerabili. 

Il costo della confusione

Ma l’allegria è una tristezza che non conosce sé stessa, e finiamo per pagare a caro prezzo la difficoltà a elaborare i nostri sentimenti negativi. Non ammettere di provare emozioni spiacevoli può farci ancora più male di quelle stesse emozioni che cerchiamo di evitare. La nostra mente si atrofizza in un costante rimuginio sul fatto stesso di essere preoccupati o infelici, ci deprimiamo per tutto perché non possiamo essere tristi per qualcosa. Ad alcune persone può succedere di dormire di più, perchè l’insonnia è la vendetta di tutti i pensieri che abbiamo evitato di elaborare durante la giornata. Altri evitano di elaborare la sofferenza perché ciò che provano è così contrario all’immagine di loro stessi come persone forti e indipendenti e belle e brave e normale, così minaccioso per l’idea di normalità della nostra società e così in contrasto con chi vorrebbero davvero essere, che ogni mezzo è lecito pur di evitare di scoprirsi -semplicemente- imperfetti.

Come fare quindi?

La risposta può essere banale, ma quello di cui abbiamo realmente bisogno è un po’ di compassione per noi stessi, di un’atmosfera interna in cui le difficoltà che incontriamo possono essere riconosciute e accettate senza giudizio, di guardare a noi stessi come guarderemo un caro amico in difficoltà. E di ricordare sempre che il motivo per cui non riusciamo a capire le nostre emozioni e come ci sentiamo, non è perché non ne siamo capaci o non ne abbiamo voglia; semplicemente, fa molto male. 

Per poter accettare anche le emozioni negative abbiamo bisogno di apprendere a guardarci dentro senza paura, facendoci aiutare da qualche buon amico e magari anche da un terapeuta professionale. Il risultato sarà di sentirci finalmente più leggeri e in pace. Quel macigno che sentivamo sul petto o sulle nostre spalle sarà diventato piuma. Quel rimuginio sarà pace e accettazione. 

Ma per raggiungere questa meta dobbiamo prima attraversare il sentiero della consapevolezza, in cui, gradualmente riconosciamo che, in un momento o nell’altro, la vita è semplicemente più triste di quanto vorremmo che fosse. 

Quando non si sa come fare

Alcuni potrebbero scoprire di non sapere da dove partire, perchè anche se conoscono bene la sofferenza e sanno che potrebbe esserci di meglio, non sanno proprio cosa sia questo meglio. A volte guardarsi dentro può essere terrificante perché sappiamo che l’unica cosa che c’è il vuoto. Altre volte il rischio è di entrare in contatto con qualcosa che è molto più soverchiante della tristezza. In questi casi, ricorrere a un aiuto professionale può essere il modo migliore per prendersi cura di sé.

“E tu hai già fatto il vaccino?”. Il ritorno a un mondo nuovo

Con l’abbassamento della curva dei contagi e l’aumento delle persone vaccinate, il ritorno alla normalità sembra vicino, o per lo meno sentiamo di poterlo pensare o immaginare. Ma mentre siamo immersi nelle nostre fantasie, pensando alla destinazione del nostro prossimo viaggio, a come sarà tornare in ufficio con i colleghi o uscire con i nostri amici o parenti (magari di sera, fino oltre le 22!), potremmo iniziare a sentire delle emozioni che difficilmente ci saremmo aspettati di provare proprio ora, proprio adesso che finalmente sembra essere arrivata la fine di questo momento durato oltre più di anno.

Ecco che allora ci troviamo (di nuovo) a fare i conti con ansia, stress, paura e nervosismo. In un primo momento potremmo non  capire l’origine di queste emozioni, e magari sentirci ancora più in ansia e confusi, perché, in fondo, sta succedendo proprio quello che abbiamo aspettato e desiderato così a lungo. In realtà è importante ricordare che non stiamo tornando verso il nostro passato, verso qualcosa che conosciamo, ma stiamo andando verso una nuova normalità.

L’ansia di un futuro incerto

Non è stata una sorpresa, durante le varie ondate della pandemia, assistere ad un aumento di ansia, depressione, stress e rabbia. La disoccupazione, la perdita di persone care, la chiusura di scuole e degli uffici, l’altro che, senza neppure saperlo, è diventato la nostra più grande minaccia perché portatore di un pericoloso virus. Anche solamente una di queste esperienze ha rappresentato per migliaia di persone un vera e propria esperienza traumatica

Allo stesso tempo, per molte altre, queste stesse esperienze sono state la chiave d’accesso a un modo di vivere nuovo, più intimo, più lento. Molti di noi hanno sviluppato nuove routine e nuovi modi di essere e hanno persino attraversato cambiamenti di priorità e significato nella vita e usciranno da questa esperienza come una persona diversa rispetto a quella che vi era entrata. 

Ma queste routine e queste abitudini come si inseriranno nella nuova normalità? Come integreremo queste nuove versioni di noi in un futuro altrettanto nuovo? Spesso la nostra mente corre in avanti: pensiamo a cosa fare domani, tra una settimana, mesi o anni. Pianificare ci aiuta a costruire una sensazione di efficacia sul futuro, a gestire la paura di ciò che potrà o non potrà accadere. 

Ciascuno di noi, in base alla sua storia di vita, può avere dentro di sé un senso del possibile, di fiducia o meno. Quando apriamo la porta di casa, lasciamo il nostro “posto sicuro”. A volte ci sentiamo sufficientemente tranquilli: abbiamo fiducia in noi e nelle nostre capacità di confrontarci con ciò che incontreremo nel mondo là fuori; a volte possiamo sentirci spaventati, fragili, impreparati perchè il bisogno di prevedere cosa accadrà domani non trova risposta. Senza un futuro (in linea di massima) prevedibile e la possibilità di creare dei piani a lungo termine, non possiamo prepararci a ciò che verrà e, a volte, questo può spaventarci e farci provare ansia e nervosismo e paura. La pandemia ci ha mostrato a muso duro che il domani è ignoto e non lo possiamo controllare e anche se ora sentiamo di essere arrivati al giro di boa, in fondo sappiamo che non stiamo tornando verso la riva da cui eravamo partiti, ma ci stiamo avvicinando a qualcosa di familiare, ma in fondo, diverso. E ci troviamo di nuovo davanti all’ignoto. E di nuovo con l’ansia, lo stress, la paura e il nervosismo. Quindi, avere un certo timore per quello che verrà, anche nella consapevolezza che dovrebbe essere meglio di ciò che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle, è del tutto normale. 

L’abilità di riadattarsi

Come esseri umani, la nostra più grande risorsa è la capacità di adattarci e riadattarci ai continui cambiamenti che incontriamo nel corso della vita (la famosa resilienza!). Per costruire una “nuova normalità” abbiamo bisogno di un periodo di transizione da quella vecchia e ed è proprio in questa fase che è possibile emergano preoccupazioni e ansie. È quindi importante, mentre attraversiamo questo nuovo cambiamento, prestare attenzione a come ci sentiamo. Addentrarsi nella novità attiva un certo fisiologico livello di ansia, che di solito diminuisce a mano mano che esploriamo e che l’ignoto si trasforma in noto. Tuttavia, a volte, può succedere di perdersi un po’ per strada e possono capitare che queste emozioni rimangano a un livello troppo alto per troppo tempo. Se sentiamo che l’ansia (o la paura o il nervosismo o la tristezza) è eccessiva e che sta influenzando il nostro umore, i rapporti con la nostra famiglia o con i nostri amici e il nostro modo di essere, allora potrebbe essere arrivato il momento di parlarne con un professionista della salute mentale.

Il peso di stare bene con se stessi

Scorrendo le pagine dei social, può capitare di incontrare frasi come: “non lasciare che la tua mente bullizzi il tuo corpo”, “guarda il lato positivo!”, “la felicità è una scelta, scegli di essere felice!”. Queste frasi hanno l’obiettivo di aiutare le persone che stanno vivendo un momento difficile per incoraggiarle a cambiare la loro prospettiva e sentirsi meglio. Tuttavia, specialmente nei casi in cui la sofferenza affonda le radici in insicurezze e critiche che le persone muovono verso se stessi, leggere o sentire queste frasi dalle persone che ci stanno attorno difficilmente riescono a farci sentire meglio perché, a prescindere a quanto sembrino sensate e realistiche (“di cosa ti lamenti? in fondo hai tante cose bellissime nella tua vita”, “guarda quanto sei di successo e cosa hai realizzato”, “Come fai a non vedere che sei bellissima?”) non riescono a scalfire la superficie delle nostre convinzioni. 

L’idea che si possa essere felici o lasciar andare le proprie insicurezze semplicemente scegliendo di farlo è un approccio al benessere mentale vede le sue origini nella “psicologia positiva” (Maslow, 1954) con l’obiettivo di concentrare l’interesse della ricerca psicologica non solo sugli aspetti negativi, come i disturbi e le psicopatologie, ma anche sulle aspirazioni, sulle potenzialità e sul raggiungimento di obiettivi positivi. Oltre mezzo secolo più tardi, l’adattamento della psicologia positiva ai tempi dei social network ha facilitato la sua diffusione nella cultura popolare e la sua integrazione in diversi contesti sociali e lavorativi (alcuni esempi di Eidelson, 2011; Desmond, 2016). Tuttavia, per adattarsi a un formato più accessibile, la psicologia positiva ha assunto un tono differente, un messaggio più semplicistico rispetto alle sue origini basato sul “pensiero positivo”. Anche se i presupposti sono simili ed entrambi gli approcci si basano sul concetto che pensare positivamente porti a conseguenze positive, una fondamentale differenza distingue questi due approcci. Lo scopo della psicologia positiva è descrittivo e non normativo. Ciò significa che l’obiettivo non è di dire alle persone di essere ottimiste, ma solo di descrivere gli effetti portati da un pensiero ottimistico (Seligman, 2002). Diversamente, il pensiero positivo si pone come un distillato che ha l’obiettivo di istruire le persone a “pensare positivo”, rischiando di trasmettere, invece, il messaggio che essere ottimisti sia un obbligo.

Nonostante pensare positivo e concentrarsi sulle risorse possa aiutare alcune persone a cambiare prospettiva e aiutarli a superare momenti di difficoltà, l’esortazione a scegliere di pensare positivo si pone come uno standard da raggiungere, legato al fatto che essendo una cosa che si può raggiungere in autonomia, non riuscire a raggiungerlo significa non riuscire a ottenere un risultato che chiunque altro riuscirebbe a raggiungere e alimentare sentimenti di fallimento e colpa per non essere “abbastanza felici” o “abbastanza sereni”. 

Per meglio comprendere in che modo proporre un approccio “positivo” possa essere dannoso può essere utile il concetto della “seconda freccia” (Confalonieri, 1995). Questa espressione deriva da una metafora della tradizione buddhista per cui un uomo che soffre per qualcosa che gli è accaduto è simile a un uomo colpito da una freccia. Gli esseri umani sono programmati per cercare spiegazioni agli eventi che gli accadono. Spesso, quando succedono eventi negativi , alcune persone si focalizzano sulle proprie responsabilità, anche quando queste non sono che un anello della catena di eventi che ha portato a un evento negativo. Frasi come “qualcosa non va in me”, “è colpa mia”, “sono un fallimento”, “non sono abbastanza bravo” finiscono per restare incastrate nella nostra testa e provocare sofferenza aggiuntiva che finisce per ferire come se fossimo colpiti da una seconda freccia. Mentre la prima freccia è la sofferenza, la seconda è il peso della nostra reazione ad essa. Messaggi di questo tipo, specialmente se presentati in modo semplicistico, rischiano di fare più danni che benefici. Il rischio è che situazioni complesse vengano ridotte a semplici scelte in cui stare bene sembri facile come accendere o spegnere la luce, mentre così non è.

Questo fenomeno, definito come la “tirannia dell’attitudine positiva” dalla professoressa Barbara Held del Bowdoin College (2004). All’interno della nostra cultura c’è poca tolleranza per coloro che non “sorridono” e non “guardano il lato positivo” di fronte alle avversità. Anche di fronte a gravi perdite o sofferenze, ci si aspetta che le persone superino la loro sofferenza in settimane, se non meno. Questo perché la sofferenza non viene accolta come legittima e, conseguentemente, viene colpevolizzata la scarsa “gratitudine” per ciò che di positivo c’è nella nostra vita. Delle due frecce sopra descritte, spesso, è la seconda che fa più danni.

Di conseguenza, per gli individui che percepiscono le emozioni come facilmente influenzabili e modificabili, provare emozioni negative può indurre sensi di colpa legati alla responsabilità per come essi si sentono (Kneeland et. al, 2016). Questo effetto ha un peso ancora maggiore quando si ha a che fare con le aspettative altrui (Bastian et al., 2012). In altre parole, quando gli individui sentono che gli altri si aspettino da loro che non sopportino le emozioni negative, finiscono per provarne di più. Ciò può accadere specialmente per quelle persone che, a causa del loro ruolo o dell’immagine che presentiamo solitamente a chi gli sta intorno, si presentano come sempre allegri, positivi e resilienti. Quando persone che hanno, magari non per loro scelta, questo ruolo in un gruppo o in una relazione, si trovano ad affrontare eventi negativi che inducono emozioni negative, possono sentire il peso di dover rispettare quelle aspettative e di dover mantenere il loro ruolo di persone forti, allegre e affidabili.

Le persone che, a causa del loro lavoro, specialmente se di successo, o di loro abilità e talenti, sono esposti al giudizio degli altri hanno un rischio particolare di soffrire del peso di queste aspettative. Il successo, infatti, porta con sé un grande carico di responsabilità. Alcune persone particolarmente sensibili all’impatto del giudizio altrui possono vivere ogni loro successo come un vincolo che “alza l’asticella” del loro lavoro: “se oggi sono riuscito a essere così bravo, domani dovrò essere almeno allo stesso livello”. Allo stesso modo, la loro valutazione dei feedback che ricevono da chi hanno intorno avrà un peso variabile in base al fatto che essa sia positiva o negativa: se nel valutare il mio lavoro mi vengono presentati numerosi aspetti positivi legati alla mia performance, ma alcuni aspetti negativi, la mia attenzione sarà rivolta solo verso i commenti negativi che rinforzeranno la mia credenza secondo cui “mi dicono che sono bravo, ma in realtà non è vero; se fossi davvero bravo avrei fatto tutto perfettamente/piacerei a tutti”.

Ma come mai è così difficile abbandonare le nostre percezioni negative e accogliere i feedback positivi dagli altri? In realtà, la ricerca mostra come la percezione negativa di noi abbia lo scopo di migliorare le nostre possibilità di raggiungere i nostri obiettivi. Forzare persone a ripetersi frasi positive come “sono una persona amabile” può alimentare la loro insicurezza (Wood, 2009). Ugualmente, quando si cerca di raggiungere un obiettivo, “visualizzare il successo”, in determinate condizioni, può rendere le persone meno in grado di raggiungere quel risultato (Oettingen, 2017). Quando le persone riconoscono e gestiscono (non reprimono) le emozioni negative legate a eventi o condizioni spiacevoli che stanno affrontando gli stati negativi li aiutano ad adattare il loro comportamento e a mettere in campo risposte appropriate che migliorano, globalmente il loro benessere psicologico (Coifman et al., 2016).

In conclusione, stare bene con se stessi non sempre è la soluzione per superare i problemi. Nonostante essere più “felici” o “sereni” con noi stessi sia un desiderio auspicabile, non sempre concentrare i propri sforzi nel modificare la propria percezione porta a risultati migliori. Essere tristi, spaventati o preoccupati sono parti integrante di “noi stessi” e sono vissuti spontanei che hanno uno scopo, per quanto non piacevole. Incoraggiare gli altri a “provare” altre emozioni o “sentirsi diversamente” e guardare il “lato positivo” ha un costo, specialmente quando diventa una richiesta dall’esterno e produce un alto standard da mantenere. Pensate di avere davanti a voi il cruscotto della vostra auto con una o due spie di allarme accese. Per amor di metafora, consideriamo le emozioni e le percezioni, soprattutto quelle spiacevoli, come spie che segnalano che c’è qualcosa che non va. L’approccio aprioristico del pensiero positivo a prescindere dal contesto, in questa similitudine, equivarrebbe alla scelta di guardare il paesaggio invece che il cruscotto, che in fondo è più piacevole, tanto che, in fondo, non c’è bisogno di lamentarsi.

Riferimenti bibliografici

Bastian, B., Kuppens, P., Hornsey, M. J., Park, J., Koval, P., & Uchida, Y. (2012). Feeling bad about being sad: The role of social expectancies in amplifying negative mood. Emotion, 12(1), 69.

Coifman, K. G., Flynn, J. J., & Pinto, L. A. (2016). When context matters: Negative emotions predict psychological health and adjustment. Motivation and Emotion, 40(4), 602-624.

Confalonieri, P. (1995). La saggezza che libera: la pratica della meditazione nei discorsi del Buddha. Mondadori.

Desmons, B. (2016). https://positivepsychology.com/positive-psychology-workplace-labor-of-love/

Eidelson, R. (2011). https://www.psychologytoday.com/intl/blog/dangerous-ideas/201103/the-dark-side-comprehensive-soldier-fitness

Held, B. S. (2004). The negative side of positive psychology. Journal of humanistic psychology, 44(1), 9-46.

Kneeland, E. T., Nolen-Hoeksema, S., Dovidio, J. F., & Gruber, J. (2016). Beliefs about emotion’s malleability influence state emotion regulation. Motivation and Emotion, 40(5), 740-749.

Maslow, A. H. (2010). Motivazione e personalità. Armando editore.

Oettingen G. (2017), Io non penso positivo, Tlon

Seligman, M. E. (2002). Positive psychology, positive prevention, and positive therapy. Handbook of positive psychology, 2(2002), 3-12.

Wood, J. V., Elaine Perunovic, W. Q., & Lee, J. W. (2009). Positive self-statements: Power for some, peril for others. Psychological Science, 20(7), 860-866.

I traumi dei genitori possono avere un impatto sui figli?

Siamo abituati a pensare che i traumi abbiano un impatto esclusivamente su chi li sperimenta, sul loro benessere e sulla loro sfera emotiva, senza che questo abbia un impatto sui ruoli che ogni giorno ricopriamo nella nostra vita. (Per un approfondimento sul tema del trauma cliccare qui)

Proprio a causa dell’influenza che queste esperienze particolarmente stressanti e spiacevoli esercitano su diversi aspetti del nostro funzionamento, diversi autori hanno approfondito l’impatto dei traumi su una funzione importante e delicata, quella genitoriale. 

Cosa si intende con funzione genitoriale? 

Possiamo definirla come una serie di comportamenti orientati all’accudimento fisico e psicologico del bambino, fondati sull’importante investimento emotivo nella relazione con lui, che rende il genitore in grado di rispondere ai suoi bisogni in base alla fase dello sviluppo in cui si trova. 

Essere genitore riguarda quindi non solo la cura in senso pratico del proprio bambino, ma implica un accudimento emotivo e psicologico, che andrà a porre le basi per il suo benessere e il suo equilibrio futuro. Alla luce di questa importante funzione psicologica svolta dal genitore, è possibile comprendere quanto le esperienze emotivamente stressanti e traumatiche giochino un ruolo nelle modalità di cura nei confronti del proprio figlio. 

In che modo un’esperienza traumatica può influenzare la funzione genitoriale?

Nel momento in cui si è esposti ad un evento traumatico si ha la sensazione di non avere il controllo su quanto accade. Le risposte psicologiche sviluppate di fronte a questo tipo di vissuto determinano un’attivazione fisiologica, che può essere adeguatamente integrata all’interno della propria memoria solo se c’è la possibilità di elaborare quanto accaduto.

Poter raccontare e condividere l’esperienza vissuta, sentire riconosciuto il proprio bisogno di aiuto e avere la sensazione di essere compresi e accettati sono fattori che sostengono il processo di elaborazione del trauma. Quando questo non avviene il ricordo dell’esperienza rimane “bloccato” ed influenza l’individuo anche dopo molto tempo dall’evento traumatico, facendo sentire il pericolo di quella esperienze ancora vivo e presente. 

È proprio in base alle esperienze che abbiamo vissuto che impariamo ad attribuire significato alla realtà e al mondo esterno. Laddove vi sia un trauma irrisolto è possibile che la persona attribuisca significato a quanto accade in base all’elevato grado di pericolo percepito e al timore che quanto di spiacevole accaduto in passato si ripresenti nuovamente. 

Per quanto riguarda il ruolo genitoriale, la persona tenderà a ritenere pericoloso ciò che è stato per lui spaventoso e traumatico in passato, portandolo a proteggere il figlio da esperienze che ritiene a rischio. Le aspettative legate ai vissuti post-traumatici sono però falsate e non coerenti con la realtà esterna e la relazione con il bambino. Questo porta il genitore a mettere in atto comportamenti di cura guidati da eccessiva paura rispetto a specifici elementi del mondo esterno. 

Può così accadere, ad esempio, che un genitore che abbia vissuto la perdita di un familiare a lui vicino a seguito di un incidente sia particolarmente angosciato che accada qualcosa di spiacevole al proprio bambino e che questo lo porti ad un’importante limitazione della sua autonomia e delle libertà. L’obiettivo del genitore sarà di garantire la sicurezza del piccolo, ma questo può avere un’influenza sullo sviluppo dell’autonomia, sull’evoluzione dell’autostima e sulla possibilità di esplorare del bambino.

Qual è il rischio per il bambino?

Una preoccupazione genitoriale non coerente con quanto sta accadendo in quello specifico momento e vincolata al trauma passato rischia di essere spaventosa per il bambino. Il piccolo si sentirà confuso, diviso tra le informazioni che gli derivano dall’ambiente esterno e gli elementi di pericolo comunicati dell’angoscia del genitore e dei quali non trova riscontro nella realtà. A seconda delle caratteristiche del bambino e della numerosità di questi eventi disorganizzanti, il piccolo potrebbe reagire con ansia, timore, paura o al contrario con iperattivazione e rabbia. Questa modalità genitoriale può quindi avere un impatto sul benessere del figlio non solo in infanzia, ma anche a medio-lungo termine.

Come è possibile prevenire l’effetto dei traumi sulla genitorialità? 

Riconoscere di aver vissuto un’esperienza traumatica non è sempre facile. È però importante raggiungere la consapevolezza che alcune esperienze siano state difficili e altamente stressanti, permettendosi di riconoscere che non è stato possibile essere adeguatamente supportati nel corso dell’elaborazione del trauma. 

Questa consapevolezza permette di mantenere un autocontrollo sui comportamenti di protezione dei figli laddove questi richiamino proprio la spiacevole esperienza vissuta.

È possibile inoltre rivolgersi ad un professionista, così da poter ricevere il giusto supporto nel ruolo genitoriale, nella comprensione dell’esperienza traumatica e nel processo di elaborazione.

Chi sono io? Adolescenza, cambiamento, fattori di rischio.

A cura della Dott.ssa Laura Romagnoni e Dott.ssa Maria Cristina Frassanito

Si parla spesso di crisi adolescenziale, di problematiche che emergono in questa delicata fase della vita, di difficoltà scolastiche, comportamentali, emotive e così via.

Ma quali sono le basi su cui questi disagi si fondano? Cosa caratterizza questo momento del ciclo evolutivo e lo rende così sensibile?

La pubertà:

Con il termine pubertà si intende la gamma di cambiamenti fisici, che avvengono a partire circa dagli 11 anni, determinando l’uscita dall’infanzia e l’avvio del percorso verso l’età adolescenziale. Si parla di pubertà precoce nei casi in cui questo processo avvenga attorno agli 8 o 9 anni.

Ciò che accade è una trasformazione interna all’organismo e delle caratteristiche fisiche osservabili dall’esterno:

  • Il sistema ormonale ed endocrino si modifica e determina il susseguirsi dei diversi eventi puberali
  • Il sistema circolatorio e quello respiratorio crescono, sostenendo lo sviluppo di maggiore forza e resistenza rispetto all’età infantile
  • Si osserva lo spurt puberale, ovvero l’accelerazione improvvisa nella crescita dello scheletro, seguita da un arresto, che determina l’accrescimento dell’altezza
  • Vi è un aumento e redistribuzione del grasso corporeo e dei muscoli, che implicano una nuova forma fisica, più simile a quella adulta
  • Si osserva infine la maturazione degli organi riproduttivi e dei caratteri sessuali principali e secondari.

I tempi necessari a questi cambiamenti, che si manifestano in modo graduale e continuativo, differiscono a livello individuale e tra individui appartenenti allo stesso genere sessuale.

 

La preadolescenza:

Le forme del corpo cambiano, i primi brufoli compaiono sul viso, i peli crescono senza preavviso: tutti ricordiamo la sensazione di spaesamento, i dubbi riguardo a ciò che sta accadendo e a come si potrebbe essere in futuro, il tempo trascorso davanti allo specchio domandandosi “cosa penseranno gli altri di me?”. Questo significa che abbiamo vissuto la preadolescenza, ovvero il periodo “ponte” di trasformazione psicologica, relazionale e sociale determinato ed inevitabilmente intrecciato alla precedente pubertà ed alla futura adolescenza. I cambiamenti fisici sono infatti eventi significativi ed emotivamente intensi, che investono diverse aree del funzionamento psicologico di ognuno. Dal punto di vista individuale hanno una ricaduta sulla percezione di sé, sulla propria identità, sull’autostima. Riguardo l’area relazionale, hanno una rilevanza in termini di popolarità, di status sociale, di ruolo nel gruppo dei pari e sul modo in cui il ragazzo si pone nei confronti degli altri.

Se lungo l’intero arco di vita  la sfera emozionale affettiva riveste notevole importanza, in particolar modo in questa fase di sviluppo essa diviene maggiormente rilevante. E’ in tale periodo infatti che l’individuo si prepara a sperimentare  le “giuste distanze” dal nucleo familiare in cui è cresciuto e all’interno del quale si è formato, per dare luce a ciò che sarà il suo divenire nel mondo esterno. Il ragazzo si predispone ad osservare ed apprendere ciò che troverà nella sua quotidianità, al di fuori delle mura domestiche, al fine di delineare e definire il suo mondo interno e poter entrare in relazione con ciò che lo circonda.

I preadolescenti iniziano a definire le proprie scelte di vita in ambito sociale e personale e per tale motivo è molto importante che essi abbiano cognizione della propria emotività, imparino ad autoregolarsi e siano in grado conoscere ed interagire con l’altrui mondo emotivo, al fine di sentirsi preparati e liberi nelle relazioni interpersonali sia intime che sociali, riconoscendo anche i casi in cui le circostanze possano rappresentare una minaccia per sé e gli altri.

 

Adolescenza:

La letteratura scientifica è ricca di produzioni riguardo questa fase del ciclo di vita e diversi studiosi concordano nel ritenere che essa comporti una serie di compiti evolutivi specifici che il ragazzo si trova ad affrontare e a dover superare per poter attraversare con successo la transizione dall’infanzia all’adolescenza.

In primo luogo si è rivelata centrale la capacità di ristrutturare la percezione della propria identità corporea perturbata, come abbiamo detto precedentemente, dalla pubertà. Ne consegue un secondo compito, legato allo sviluppo e al consolidamento delle condotte legate alla sfera della sessualità, tale per cui l’adolescente sperimenta una naturale spinta evolutiva di tipo esplorativo, dettata da fattori ormonali e psicologici. Tali trasformazioni sostengono il terzo compito evolutivo dell’adolescente, che investe sulla propria autonomia e sull’apertura verso la società e il mondo dei pari, con i quali inizierà a confrontarsi e rispecchiarsi, avendo già iniziato, nella fase di sviluppo precedente, a sperimentare la separazione dalla protezione del nucleo familiare.

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Fattori di rischio tipici dell’adolescenza:

I fattori di rischio riguardano le caratteristiche personali e ambientali che possono facilitare l’attuazione di comportamenti pericolosi o l’insorgenza di particolari difficoltà nell’adolescente e comprendono diverse aree di vita:

  • Fattori famigliari: la famiglia può essere disordinata, senza confini precisi, aggressiva e violenta, invalidante, eccessivamente intrusiva o, al contrario, trascurante.
  • Fattori individuali: possono essere legati a problemi nelle precedenti fasi di vita, che hanno comportato difficoltà nello sviluppo di abilità sociali adeguate, di un sufficiente livello di autostima, di efficaci abilità di coping e problem solving.
  • Fattori contestuali: fragilità socio culturale, importanti difficoltà economiche, isolamento sociale, vicinanza a gruppi devianti

E’ importante sottolineare quanto un unico fattore di rischio non possa condurre all’insorgenza di problematiche specifiche, ma sia da considerare come una variabile che può potrebbe intrecciarsi ad altre, esponendo il ragazzo a un maggiore rischio.

Inoltre l’adolescente porta con sé anche un bagaglio contrapposto costituito dai fattori di protezione, che fungono da variabili preventive e risorse sulle quali è importante puntare per sostenere adeguatamente il ragazzo.

Alla luce di quanto esposto risulta essere fondamentale che i ragazzi ricevano un’educazione scolastica che possa basarsi sul potenziamento delle capacità cognitive e delle abilità appartenenti alla sfera emotiva, affettiva e socio-relazionale cosicché essi possano avere un “bagaglio di strumenti indispensabili” per realizzarsi come individui adulti, capaci di orientarsi e compiere le proprie scelte nel rispetto reciproco.

 

Conclusione:

Possiamo ora comprendere quale sia la complessità di questa fase del ciclo di vita, la portata emotiva dei cambiamenti psicofisici e delle sfide che l’adolescente incontra sul proprio cammino in seguito alla pubertà. Potremmo dire che sia un momento in cui “i nodi vengono al pettine”: difficoltà non considerate nel corso delle fasi precedenti possono ora emergere con maggiore forza, scontrandosi con i compiti evolutivi tipici dell’adolescenza e i cambiamenti sottostanti.

Questo non comporta il fatto che essa venga vista come una fase vulnerabile di cui avere timore, in quanto potrebbe essere invece un’occasione in cui valorizzare i fattori protettivi, rinforzando la creatività e i nuovi spunti che i cambiamenti portano con sé.

Proprio per l’importanza che la famiglia ricopre nello sviluppo dell’adolescente, verrà pubblicato un secondo articolo di approfondimento sulla famiglia come fattore protettivo e sul positivo ruolo dei genitori.

Ansia: limiti e possibilità

Cos’è l’ansia?

Con il termine ansia si intende un’attivazione psico-fisica che si contraddistingue per il grado di tensione e paura di fronte ad un evento che solitamente non viene considerato spaventoso. Il pericolo è infatti solo ipotizzato e, nonostante possa essere percepito come distante nel tempo e nello spazio, determina rimuginio e preoccupazione crescente. L’APA (American Psychiatric Association) l’ha descritta nel 1994 come “anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuro, accompagnata da sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione”.

Il malessere percepito, come anticipato, non è esclusivamente a carico della mente, ma anche del corpo: tachicardia, sensazione di svenimento, nodo alla gola, nausea, gastrite, tremore, tensione muscolare, vampate di calore, vertigini… Numerose, variabili e diverse da persona a persona possono essere le manifestazioni fisiche dell’ansia. Inevitabile dunque pensare che sia un’emozione scomoda, opprimente e assolutamente superflua.

Ma è davvero così?  L’ansia, ponendoci in uno stato di allerta, ci aiuta nel focalizzare l’attenzione sulle possibili fonti di minaccia e ci prepara in anticipo ad affrontarle, facendoci immaginare ipotetici scenari, soluzioni, variabili positive e negative delle situazioni che ci potrebbero coinvolgere.

Immaginiamo l’impatto negativo che l’assenza di ansia potrebbe avere sulla preparazione degli esami, sulle prestazioni lavorative, sulla stesura di un discorso da fare in pubblico, sull’allenamento per una gara sportiva. L’ansia ci permette di essere maggiormente performanti rispetto a quando siamo in uno stato di tranquillità: è in questi casi che si parla di ansia adattiva.

Quando l’ansia non è adattiva?

L’ansia ricade sotto i riflettori dell’interesse clinico quando non si mantiene più nei limiti consueti e tollerabili, determinando così una sofferenza più o meno costante e invalidando il funzionamento sociale, relazionale, scolastico o professionale della persona. Ecco che allora questa emozione non si configura più come un aiuto nella previsione delle difficoltà, ma come una gabbia che imprigiona possibilità e opportunità.

E’ importante chiarire che solo un professionista della salute mentale, nello specifico uno psicologo o uno psichiatra, può formulare una diagnosi che consideri in modo corretto l’insieme dei sintomi riportati dalla persona. L’utilizzo di test di valutazione, di tecniche specifiche e strumenti clinici permette al professionista di comprendere la situazione nella sua specificità e condividere con la persona che chiede aiuto un piano di lavoro su misura.

E’ in sede di colloquio che si approfondiscono i vissuti legati all’ansia, a come si manifesta, alle sensazioni fisiche che comporta, alle aree di vita che compromette. La fase di valutazione può quindi comportare diversi colloqui, in quanto è sempre rilevante capire come l’ansia e la sua sintomatologia si collochino nella vita quotidiana e nella storia della persona: ogni individuo è diverso, ha un proprio bagaglio personale, che implica che l’ansia, così come altri disagi, assuma significati del tutto personali.

Molte persone pensano di non chiedere aiuto di fronte a stati ansiosi anche molto intensi e limitanti, pensando che basti essere sufficientemente forti oppure lasciar passare abbastanza tempo perché la situazione si risolva da sola. In questi casi può accadere che i disagi fisici si evolvano in veri e propri disturbi somatici, che in prima battuta interessano il medico di base e che, solo in un secondo momento in seguito ad approfondimento medico, vengono correttamente inviati ad uno specialista della salute mentale.

L’inizio del percorso psicologico e dell’eventuale sostegno farmacologico segnano così una svolta nella gestione della sintomatologia ansiosa, comportando anche un miglioramento sul piano fisico.

In conclusione

L’ansia è un’emozione e come tale è biologicamente innata in ognuno di noi, in quanto utile in diverse occasioni della vita quotidiana. Non è però da sottovalutare nei casi in cui essa diventi il filo rosso che indirizza l’intera sfera di vita, rallentando o bloccando aree di funzionamento importanti. La diagnosi permette di chiarire cosa stia accadendo e di costruire un piano d’azione specifico ed individualizzato.

Perché fare oggi ciò che puoi fare domani?

Questo articolo è nella lista delle cose da fare da più di due settimane. Trovato l’argomento, studiate le fonti, programmato nell’agenda, eppure il foglio era bianco fino a pochi minuti fa. Ho avuto mille buoni motivi per rimandare di volta in volta la scrittura dell’articolo: ogni volta capitava sempre qualcosa di importantissimo e urgentissimo che mi obbligava a stravolgere l’agenda e questo articolo finiva sempre a “data da destinarsi”.

Mentirei se dicessi che è la prima volta che accade. Scuole e università sono state costellate da cambiamenti all’ultimo delle scadenze e urgenze dell’ultimo secondo. Ogni volta la sensazione è sempre la stessa: quel misto di ansia e senso di colpa per qualcosa che avrei già dovuto concludere e invece mi ritrovo a dover fare all’ultimo.

Il termine “procrastinare” è sempre stato un mantra che mi perseguita come uno spettro ogni volte che c’è una scadenza all’orizzonte.

pro·cra·sti·nà·re/
verbo transitivo
Rinviare a un altro momento, differire, rimandare: p. un pagamento, una decisione

A chiunque talvolta può capitare di rimandare o rinviare i propri impegni all’ultimo momento, ma chi procrastina abitualmente evita di intraprendere compiti difficili e ricerca attivamente distrazioni. La procrastinazione riflette in larga parte le difficoltà legate a due aspetti principali: mantenere l’autocontrollo e saper anticipare come ci si sentirà domani o il giorno dopo. Infatti ogni volta che rimandiamo i nostri impegni perché “non ci va o non abbiamo voglia di lavorarci” in questo momento, finiamo per caricare di lavoro i “noi” di domani. Cerchiamo di superare il fastidio e la malavoglia di oggi pensando che la nostra versione futura starà meglio, avrà più energie e risorse e sarà in grado affrontare quel compito che adesso ci sembra insostenibile.

Come mai si procrastina

Nonostante le occasioni per osservarne l’effetto siano quotidiane, la procrastinazione è un fenomeno complesso. La teoria della motivazione temporale di Steel & König identifica 4 principali componenti che è necessario considerare per comprendere ciò che sta dietro al fenomeno: le aspettative riguardanti il compito da svolgere, il valore che si attribuisce al compito, la sensibilità a ritardare e l’attesa stessa.

  • Il primo aspetto si riferisce alle aspettative di successo del compito che dobbiamo svolgere: tanta meno fiducia avremo in un buon risultato, tanto più saremo propensi a perdere tempo per non occuparcene.
  • La seconda componente riguarda, invece, il valore che attribuiamo al nostro obiettivo: la preoccupazione per un compito importante può essere un grande deterrente contro la tendenza a rimandare.
  • L’elemento successivo è la predisposizione personale a cedere alle tentazioni: un forte tratto di coscenziosità consente, a chi si deve occupare di un compito, di essere più portato a occuparsene senza spostare la sua attenzione su altro.
  • L’ultimo aspetto riguarda invece l’attesa in sé: maggiore è il tempo che si lascia trascorrere tra quando si decide di fare qualcosa e quando si intraprende il compito, maggiori saranno le difficoltà nel portarlo a termine.

Considerare le caratteristiche degli elementi che intervengono nel procrastinare consente di poter agire di conseguenza e prepararsi per poter affrontare al meglio gli impegni. Il passo successivo per contrastare la tendenza a procrastinare è, quindi, la capacità di organizzare gli impegni e pianificare le proprie azioni.

Priorità e procrastinazione

Oltre a riconoscere le proprie risorse e saperle anticipare nel tempo, è fondamentale riuscire a distinguere i tipi di compiti che dobbiamo affrontare.

matrice

Ipotizzando di suddividere gli impegni che ci si prospettano lungo due assi, importante/non importante e urgente/non urgente, si crea una differenza tra come i procrastinatori cronici e i pianificatori perfettamente razionali, animali mitologici, si propongono di agire.

Questi ultimi svolgerebbero subito i compiti importanti e urgenti. Ciò che è importante, ma non urgente verrebbe pianificato di modo da essere svolto prima di diventare a sua volta urgente. Ciò che è urgente, ma non importante verrebbe delegato a qualcun altro, mentre ciò che non è né urgente né importante verrebbe cancellato dalla lista di cose da fare.

La difficoltà dei procrastinatori è riuscire a considerare correttamente i contenuti delle categorie e scegliere il corso d’azione. Ciò significa che facendo fatica a distinguere qualcosa di urgente e importante da qualcosa che importante non è, chi procrastina rischia di perdere tempo ed energie in un compito non importante. Di conseguenza le cose urgenti e davvero importanti possono essere rimandate fino a quando non è troppo tardi e si finisce per delegare la ricerca di una soluzione al futuro sé.

Come affrontare la tendenza a procrastinare

Nonostante possa sembrare paradossale, il primo passo per riuscire a portare a termine i compiti che ci si prefigge, è imparare a riconoscere quei compiti che non hanno spazio nella nostra testa, così come nella nostra agenda. La paura di perdere occasioni o abbandonare progetti a cui teniamo ci può portare a sovraccaricarci di impegni e non lasciarci abbastanza risorse, in termini di energie e di tempo, per dedicarci efficacemente a nessuno dei progetti che vogliamo portare avanti.

In seguito, è necessario affrontare quel muro di paura che ci porta a vedere tutti i limiti e le imperfezioni del lavoro che dovremo svolgere o che stiamo già portando avanti. È normale, ci teniamo a quel lavoro e vogliamo che sia il migliore possibile, ma spesso non teniamo conto dei limiti che abbiamo e paragoniamo il nostro lavoro ad altri che hanno richiesto un numero maggiore di risorse. Quindi è importante considerare i propri standard in base a ciò che ci si può permettere, anche quando questo può risultare fastidioso o doloroso: Avere a disposizione sono un’ora ogni settimana nelle pause dal lavoro per suonare la chitarra, non mi permetterà di avere gli stessi risultati di chi si allena per ore tutti i giorni.

Quello che segue è un esempio molto chiaro di come, pur mantenendo le stesse capacità, saper riconoscere quali risorse siano necessarie per fare un buon lavoro può dare risultati molto diversi.

Procrastinare è fastidioso e senza dubbio può essere un grande ostacolo nel portare a termine ciò che siamo prefissati di fare, ma a volte fare come Alfieri e farsi legare alla sedia potrebbe non bastare e, al contrario, la soluzione potrebbe essere riconoscere che ciò che stiamo facendo è molto difficile e dobbiamo cercare un supporto esterno che ci aiuti: lavorare con qualcun altro, cercare un ambiente che minimizzi la tendenza a perdere tempo o rinforzare le varie tappe del lavoro, ad esempio prendersi una pausa caffè ogni volta che si finisce di studiare un capitolo.

Un passato che ritorna: il trauma e il suo trattamento

tràu·ma/

sostantivo maschile

1. Lesione prodotta nell’organismo da qualsiasi agente capace di un’azione improvvisa e rapidissima, che può produrre fenomeni locali o modificazioni generali dell’organismo.

2. Evento negativo, che incide sulla persona e la disorienta.

Il trauma è uno dei concetti più affrontati in psicologia, tanto che non è difficile comprendere, all’interno del linguaggio di tutti i giorni, termini come “trauma infantile”, “post-traumatico” ed “esperienza traumatica”. Fin dagli albori di questa disciplina gli studiosi si sono susseguiti nel definire e approfondire questo tema, declinandolo a seconda del periodo storico, del contesto socio-culturale e della teoria di riferimento predominante.

Ma cosa significa dunque “trauma”? Cosa comporta? Come può essere trattato?

Le declinazioni del trauma

La definizione del termine porterebbe a pensare a un evento unico, imprevisto, che può procurare ferite emotive oltre che fisiche. La natura occasionale e dirompente di un incidente, di un terremoto o di un lutto improvviso ha certamente un forte impatto sulla routine di ognuno e produce un senso di disorientamento, paura e perdita di lucidità. Queste esperienze vengono riconosciute come “grandi” esperienze traumatiche.

Tuttavia, contrariamente a quanto si possa pensare, esiste un’ulteriore forma di trauma. Eventi che provocano una certa dose di disagio a causa della pericolosità percepita soggettivamente dalla persona, ma che non mettono in pericolo direttamente la vita e la propria integrità fisica, vengono identificate come “piccole” esperienze traumatiche. Ad esempio, una relazione caratterizzata da continue mortificazioni con una figura significativa, esperienze di ripetute separazioni e perdite, vivere precocemente in un ambiente domestico costantemente conflittuale sono eventi che possono lasciare un segno, anche nei casi in cui non ci si renda conto della portata emotiva di ciò che è successo.

Come il trauma influenza il momento attuale

Ognuno di noi può trovarsi in situazioni che si contraddistinguono per emozioni e sensazioni simili al vissuto traumatico sperimentato in precedenza.

Analizziamo un  esempio riguardante i “piccoli” traumi. Avendo vissuto gli anni della scuola con grande timore a causa dell’insegnante che regolarmente scherniva l’alunno per i suoi errori, questo, in età adulta, potrebbe evitare di assumere incarichi di responsabilità, che potrebbero far progredire la sua carriera professionale, a causa del terrore che il suo capo possa umiliarlo di fronte ai colleghi in caso di errori o malintesi. In questo caso la relazione con il capo assume la funzione di riattivatore traumatico di una “piccola” esperienza traumatica passata. L’esperienza mostra infatti caratteristiche simili al vissuto scolastico infantile, facendo così emergere emozioni e sensazioni che richiamano quel difficile periodo passato. Ciò potrebbe ostacolare un avanzamento lavorativo e intaccare il benessere personale in un’area di vita che, finora, è sempre stata ben funzionante.

Nei casi di “grandi” traumi può accadere che una persona coinvolta in un incidente automobilistico, a mesi o anni di distanza non riesca ad utilizzare l’auto o altri mezzi di trasporto, oltre ad avere un senso di tachicardia e mancanza d’aria ogni qual volta senta all’improvviso un forte rumore. Questa esperienza si configura come un “grande” vissuto traumatico e il disagio che ne potrebbe conseguire potrebbe intaccare diverse aree di funzionamento della persona che, non potendo spostarsi con alcun mezzo, non può più recarsi al lavoro, andare a fare la spesa, spostarsi in autonomia, vivendo costantemente in uno stato di allerta.

Questi esempi evidenziano come di fronte a esperienze di diversa entità è possibile rispondere in modo diverso. Ciò che accomuna le due tipologie di trauma è la sofferenza che la persona si trova a dover fronteggiare, anche a distanza di tempo.

EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): perchè può essere utile

L’EMDR è un approccio terapeutico specifico e strutturato, che in diversi studi si è mostrato efficace nel trattamento di “piccoli” e “grandi” traumi. Questo metodo si fonda sul presupposto che le esperienze traumatiche vengano immagazzinate nelle reti neurali del nostro cervello in modo scorretto. Nel corso di un’esperienza traumatica, infatti, il cervello non riesce ad integrare le informazioni e i ricordi legati all’evento restano come “congelati”. In questo modo, il ricordo dell’esperienza traumatica resta vivo e, nel caso in cui si presenti un riattivatore traumatico, determina sensazioni, emozioni ed immagini così come se si stesse vivendo il trauma in quel momento stesso.

Nel corso di colloqui con un professionista formato, attraverso stimolazioni che coinvolgono i movimenti oculari, viene riattivato il naturale e spontaneo processo di elaborazione dell’esperienza, così da integrare in modo adattivo le informazioni cognitive, emotive e sensoriali legate al trauma.

In conclusione

I vissuti traumatici, se non elaborati, possono avere un impatto sulla vita quotidiana, anche dopo lungo tempo, portando ad una condizione di disagio o a disturbi psicologici maggiormente strutturati. Un professionista della salute mentale può essere d’aiuto per la definizione di un percorso di intervento specifico, integrando le tecniche EMDR in un percorso psicologico ad hoc.