Disturbo ossessivo compulsivo: molto più dell’amore per l’ordine

Tutto è vago al punto che non te ne rendi conto fino a che non hai tentato di renderlo preciso
(Bertrand Russel) 

“E’ solo grazie all’attenta pianificazione, alla precisione nei dettagli, alla minima cura di ogni particolare, che non funziona mai un cazzo”. Questa frase, trovata su Twitter potrebbe essere un buon esempio dello scopo di un percorso di psicoterapia per chi soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC, o OCD per chi lo preferisce in inglese), ovvero accettare che non è possibile avere controllo su tutto. Quando si ha a che fare con qualcuno con DOC, infatti, l’obiettivo non è tanto di eliminare la passione per l’organizzazione o l’attitudine a pianificare o, addirittura smettere di lavarsi le mani, ma è più che altro, e soprattutto, aiutare a capire che, anche se non è tutto in ordine, anche se accade qualcosa di spiacevole (o di veramente brutto), anche se abbiamo il timore di poter commettere qualche azione insensata (che poi alla fine non facciamo mai), non accadono tutte quelle cose gravi e catastrofiche che abbiamo immaginato. E cosa ancora più importante, che se accade, è irragionevole ritenerci gli unici e soli responsabili.

Spesso, quando si parla di Disturbo Ossessivo Compulsivo, si pensa a qualcuno a cui piace organizzare meticolosamente le cose, tenere le mani pulite o pianificare il fine settimana fino all’ultimo dettaglio. Se fossero sufficienti questi criteri è probabile la maggior parte delle persone finirebbe per avere una diagnosi di DOC e, in effetti, questi potrebbero essere alcuni dei comportamenti che potremo osservare in una persona che soffre realmente di DOC.
Ma in realtà non basterebbero per una vera diagnosi. A volte chi ama una stanza perfettamente ordinata, è solo una persona a cui piace una stanza perfettamente ordinata. Il DOC, invece, è una grave condizione psichiatrica che viene spesso fraintesa, forse anche perché poco conosciuta, perchè in realtà non è raro per chi soffre di DOC riuscire a nascondere le proprie ossessioni e compulsioni davanti agli altri, spesso per un forte senso di vergogna. 

E qui possiamo sfatare una delle credenze erronee sul DOC, ovvero che gli individui con Disturbo Ossessivo Compulsivo non capiscono di agire in modo irrazionale. Avere un DOC, infatti, non significa non cogliere il nesso logico tra gli eventi (chiamato anche “esame di realtà”). Le persone con DOC, in realtà sanno bene che la relazione tra le ossessioni e le compulsioni, nei fatti, non impedirà un evento avverso, se questo deve accadere. Ma la sensazione che provano è di non riuscire in nessun modo a controllarsi e  bloccare i comportamenti o pensieri intrusivi. È questa sensazione di non controllo su pensieri e azioni che rende questo disturbo così angosciante per chi lo vive.
“So che non ha senso pensare o fare così, ma non riesco in nessun modo a fermarmi”. 

Arriviamo così alla seconda falsa credenza sul DOC: i comportamenti ripetitivi sono sinonimo di DOC. Per sfatare questa credenza, è utile riflettere un momento sul significato di DOC. Come suggerisce il nome, il Disturbo Ossessivo Compulsivo ha due aspetti: il primo sono le ossessioni, ovvero intrusioni mentali che possono arrivare sotto forma di pensieri, immagini o gli impulsi, che vengono riconosciuti come assurdi e irrazionali da chi li vive e che non riescono in nessun modo ad essere eliminati dal flusso di coscienza. Il secondono sono le compulsioni comportamentali -o rituali-, ovvero azioni o gesti che vengono eseguiti secondo precise regole (ecco perché si chiamano anche rituali) e che hanno lo scopo, secondo chi li attua, di scongiurare un pericolo (immaginario) o di alleviare l’ansia provocata dall’ossessione. Chi soffre di DOC riconosce che le compulsioni sono assurde e irrazionali, ma ha la sensazione di non riuscire a non metterle in atto. La differenza tra chi si lava eccessivamente le mani o controlla le cose ripetutamente di tanto in tanto e chi soffre di un disturbo vero e proprio sta proprio nella percezione di non avere il controllo né sui propri pensieri, né sulle proprie azioni. Le persone con DOC hanno poco o nessun controllo sui loro pensieri ossessivi e comportamenti compulsivi, al punto che possono passare davvero molto tempo a rimuginare o ripetere la medesima azione, fino a perdere importanti momenti della vita sociale, lavorativa o scolastica.  È proprio la cosiddetta compromissione di queste aree di vita che rappresenta uno dei criteri diagnostici e che separa le persone che soffrono di Disturbo Ossessivo Compulsivo, da coloro che potrebbero essere un solo un po’ più meticolosi o ossessionati dall’igiene, dall’ordine ecc. 

Un’altra credenza irrazionale riguarda il contenuto delle ossessioni e delle compulsioni. Spesso si crede che il sintomo principale del Disturbo Ossessivo Compulsivo sia l’eccesso di lavaggio delle mani. Sebbene il lavaggio delle mani sia l’immagine più comune di DOC nella cultura popolare, le ossessioni e le compulsioni possono assumere molte forme diverse. Le ossessioni possono manifestare paure di contaminazione e malattia, preoccupazioni di danneggiare gli altri o preoccupazioni per numeri, modelli, moralità o identità sessuale. E le compulsioni possono variare dalla pulizia eccessiva o al controllo ripetuto, alla disposizione degli oggetti o al camminare secondo schemi predeterminati.

Ma cosa causa il DOC?

La risposta, purtroppo, è frustrante: non lo sappiamo davvero.
In alcuni casi, anche se rari, può insorgere dopo un evento traumatico. 
Altre ipotesi sostengono che le persone che soffrono di DOC hanno una sorta di predisposizione di base a evitare il rischio (chiamata anche avversione al rischio) e che quando vengono esposte a ripetute situazioni in cui possono ridurre l’ansia attraverso specifiche azioni, si crea un rinforzo negativo proprio nei confronti dell’ansia stessa, che quindi viene considerata sempre più insopportabile. 
In altri casi può trovare un origine nelle dinamiche familiari, dove uno e entrambi genitori, hanno fatto da modello portando il bambino o la bambina a considerare alcuni pensieri sbagliati e alcuni comportamenti giusti per stare meglio o ridurre il senso di colpa.
In merito al senso di colpa, diverse orientamenti teorici sostengono che ciò che spesso impedisce a chi soffre di DOC di uscire spontaneamente dal malessere, sia proprio la difficoltà a confrontarsi con il senso di colpa se qualche cosa di negativo (evento avverso) si verifica, affiancata dalla convinzione che si sarebbe potuto evitare quella cosa (ossessione) se solo si fosse fatto qualcosa per evitarlo (compulsione). La parola d’ordine diventa quindi “prevenire è meglio che curare”, anche se nella maggior parte dei casi non si ha la minima idea di cosa poi si dovrebbe curare.

Diverse ricerche hanno poi rilevato le componenti neurobiologiche del DOC, osservando che in genere chi soffre di DOC tende ad avere bassi livelli di serotonina, un neurotrasmettitore che comunica tra le strutture cerebrali e aiuta a regolare i processi vitali, come l’umore, l’aggressività, il controllo degli impulsi, il sonno, l’appetito, la temperatura corporea e il dolore. 

La buona notizia è che ci sono trattamenti efficaci per il Disturbo Ossessivo Compulsivo, inclusi farmaci, che aumentano la serotonina nel cervello, limitandone il riassorbimento da parte delle cellule cerebrali e la psicoterapia. L’efficacia della terapia farmacologica diventa ancora più alta, se a questa viene affiancato un percorso di psicoterapia.

In conclusione, sapere che il cervello ci sta mentendo, può essere angosciante. Ma la conoscenza e la comprensione di cosa ci sta accadendo può aiutarci a riprendere il controllo della situazione.

Che cosa gli uomini non dicono?

“Mia moglie mi ha davvero detto che sentire che sono triste la fa sentire in colpa e dovrei smetterla. Siamo separati ora”

“Non dimenticherò mai quanto si è sentita in imbarazzo la mia ex quando ho pianto al funerale di mio padre”

“Una volta ero a una cena in cui un gruppo di ragazze stava parlando di quanto gli uomini dovrebbero essere in grado di mostrare le loro emozioni… una di loro, poi, ha continuato la conversazione prendendo in giro un ragazzo con cui era uscita e che si era lamentato del fatto che il piatto che avevano ordinato fosse troppo piccante… e di quanto questo lo avesse reso poco attraente..”

“Mi ricordo quando mia mamma mi ha trovato che piangevo dopo che ero rimasto col cuore spezzato a 19-20 e si è arrabbiata dicendo di smetterla e di “fare l’uomo”. Anche se aveva a cuore il mio bene, ha mandato il messaggio sbagliato. Viene visto come un segno di debolezza per le donne E per gli uomini”

È arrivato novembre e, come ogni anno, torna una tradizione maschile sempre più diffusa nel mondo: farsi crescere i baffi. Comincia infatti il “Movember” (dall’inglese moustache, baffi e november), evento che si ripete una volta l’anno e che si pone l’obiettivo di portare consapevolezza e maggiore attenzione sulla salute (fisica ma non solo) degli uomini. 

La Movember Foundation (https://ex.movember.com/it/about/foundation), associazione promotrice dell’evento, dal 2003 si occupa di informare rispetto ad alcune gravi problematiche sanitarie che colpiscono il genere maschile e che spesso vengono sottovalutate o addirittura ignorate. L’impegno della Fondazione è infatti rivolto ad accendere i riflettori su tumore della prostata, tumore del testicolo, salute mentale e prevenzione del suicidio. Le raccolte fondi collegate all’evento mirano a un cambiamento reale a favore della ricerca e dei servizi sanitari dedicati a queste problematiche. L’obiettivo del Movember emerge chiaramente dal motto che lo accompagna: “change the face of men’s health” (cambiare la faccia della salute degli uomini). 

Per noi il Movember è l’occasione riflettere sul modo in cui la mascolinità viene percepita e sulle conseguenze che ne derivano, a partire dai dati che raccontano questo fenomeno.

Il movimento Movember ha commissionato nel 2016 un’indagine condotta in diversi paesi del mondo (https://cdn.movember.com/uploads/images/2016/News/AU%20%26%20NZ/_RWD/Movember%20Masculinity%20Report.pdf) i cui risultati mostrano che:

  • La maggior parte degli uomini (75%) percepisce di essere virile e la metà (48%) crede che la mascolinità riguardi la capacità di essere forte fisicamente e mentalmente
  • Gli uomini vedono l’essere virili e mascolini come un vantaggio che consenta di conquistare una partner (57%), gestire la vita quotidiana (50%) e ottenere e mantenere un lavoro (49%).
  • La maggior parte (58%) pensa che la società si aspetti dagli uomini che siano emotivamente forti e che non mostrino le loro debolezze.
  • A più di un terzo degli intervistati (38%) è capitato di evitare di parlare agli altri di come si sentissero per evitare di apparire poco virili.
  • Buona parte degli uomini (43%) desidererebbero poter parlare di più con gli altri riguardo i problemi personali che stanno affrontando.
  • Più di tre quarti degli intervistati (77%) ritiene che parlare sia uno strumento efficace per gestire i problemi e che il potersi aprire di più possa avere un impatto positivo sulla loro salute mentale (76%)

Il rapporto di questa ricerca ha descritto che l’essere resilienti non è una caratteristica negativa, anzi, ma se la richiesta di mostrare una facciata forte per essere virili impedisce di parlare apertamente delle proprie difficoltà, questo può mettere a rischio il benessere e la salute mentale.  La ricerca suggerisce che dovrebbe esserci una maggiore attenzione a quanto possa essere difficile parlare apertamente delle proprie emozioni e del fatto che spingere gli uomini ad “aprirsi di più” possa essere più complesso di quanto sembri in superficie. 

Il direttore dell’ufficio che si occupa di temi di salute mentale e prevenzione al suidicio del Movember, Susan Todd, ha così risposto quando le hanno chiesto cosa si può fare per sostenere il movimento:

“Ci sono diverse cose. Fatevi crescere i baffi. Fate attività fisica e datevi l’obiettivo di camminare o correre 60 miglia nel mese di Novembre. Le sessante miglia rappresentano i 60 uomini che ogni ora, tutti i giorni, perdiamo a causa dei suicidi in tutto il mondo. Infine, parlatene, create un evento, organizzate una cena, fate una challenge. Fatelo a modo vostro.”

Considerare gli uomini come non vulnerabili, invincibili, forti, tendenti all’essere dominanti, pratici e non affettivi, può quindi avere delle grosse ripercussioni sulla possibilità di mettere in campo una prevenzione e una cura efficaci, sia sul piano fisico sia su quello emotivo.

Spinti dal timore di uscire perdenti dal confronto con gli altri e con un unico ideale di mascolinità, molti uomini tendono a nascondere tutti quei segni che potrebbero tradire una debolezza nel corpo e “nel cuore”. Considerare la mascolinità come qualcosa di rigido ed univoco, ingabbiandola nei luoghi comuni, può quindi incrementare il grado di sofferenza individuale e esporre a dei veri e propri rischi. Questo perché l’impossibilità di vedersi fragili porta ad evitare di parlarne con altri ed esprimere ciò che si sta vivendo. Questa modalità influenza la percezione che si ha del problema, determinando la sensazione che sia troppo grande per essere risolto.

Questi vissuti possono inoltre far sentire molto soli di fronte alla sensazione che quel determinato tipo di dolore “lo stai vivendo solo tu”, “gli altri ce la fanno, si fanno meno problemi”. Possono emergere pensieri legati all’auto difettosità: “sono io che sono sbagliato, non sono abbastanza forte, dovrei farmi scivolare le cose addosso”. 

Ed ecco che diventa più difficile permettersi di chiedere aiuto, non legittimandosi nel parlarne con le persone più vicine o nel fare riferimento ad un professionista specializzato nella problematica medica o psico emotiva che si sta vivendo. In un sondaggio del 2016 condotto dal Men’s Health Forum (https://www.menshealthforum.org.uk/key-data-mental-health) la maggior parte dei partecipanti ha affermato che erano disposti a ritagliarsi del tempo dal lavoro per ottenere assistenza medica per sintomi di natura organica, ma meno di 1 su 5 ha affermato che avrebbe fatto lo stesso per problemi di natura psicologica. Il 34% proverebbe imbarazzo o vergogna nell’utilizzare la pausa pranzo o nel prendersi permessi a lavoro per andare in psicoterapia. La percentuale scende al 13% se si tratta invece di malattie organiche. Il 28% degli uomini non ha cercato assistenza psicologica rispetto al 19% delle donne.

Un esempio delle conseguenze di queste difficoltà nel chiedere aiuto si mostra nei numeri provenienti dal Regno Unito:

  • nel 2016 ci sono stati 5668 suicidi in Gran Bretagna: il 76% erano uomini 
  • l’87% delle persone con eccessiva sonnolenza cronica sono uomini 
  • gli uomini hanno una probabilità tre volte superiore di sviluppare una dipendenza da alcool e sostanze rispetto alle donne 
  • il 95% della popolazione carceraria inglese è costituito da uomini di cui il 72% soffre di almeno un disturbo della salute mentale
  • gli uomini hanno il 50% di possibilità in più delle donne di ricevere un trattamento in regime di ricovero psichiatrico obbligatorio
  • gli uomini hanno meno accesso alle forme di supporto sociale 

Il Movember ci offre la possibilità di fermarci ad osservare queste dinamiche, aiutandoci a riflettere su noi stessi a partire da una questione socio-culturale importante. Ci sembra quindi fondamentale lanciare un messaggio, che riteniamo possa essere un impulso positivo per diverse persone: sentirsi soli è ancora più brutto se lo si fa da soli. Le frasi con cui abbiamo aperto questo articolo non provengono da una ricerca o da un’intervista su questo tema, ma sono commenti reali postati su youtube sotto al video “Suffering in Silence: The Emotional Abuse of Men | Dr. Timothy Golden | TEDxWallaWallaUniversity” (https://www.youtube.com/watch?v=xyIQFI865_w)

A chi piace farsi venire i brividi?

Halloween è ormai vicinissimo e come ogni anno si porta il suo carico di brividi e spaventi.
Quest’anno vogliamo cogliere l’occasione per capire meglio cosa si trova dietro la voglia di farsi spaventare.
Per prima cosa, non tutte le paure sono uguali. Guardare un film dell’orrore, visitare un teatro degli orrori al luna park, giocare un videogioco terrorizzante o leggere un thriller, sono esperienze piacevoli, mentre temere di arrivare tardi a un appuntamento, essere chiamati per un esame o essere coinvolti in un incidente stradale sicuramente non lo sono.
Ma se l’ansia e la paura non sono sensazioni piacevoli, perché cerchiamo esperienze che ci suscitino queste emozioni?
Questo interrogativo è così interessante che esistono laboratori, come il Recreational Fear Lab presso la Aarhus University, che studiano l’interessante fenomeno della “paura ricreativa” (Andersen et al, 2021). Un primo interessante risultato è che più della metà delle persone amano guardare i film dell’orrore (Clasen, Kjeldgaard-Christiansen, & Johnson, 2020), quindi non parliamo di un gruppo ristretto di individui. Cosa rende allora piacevole la paura? Possiamo vederlo in tre principali dimensioni.

La prima dimensione della paura riguarda i nostri pensieri. Per alcune persone sentirsi in grado di superare i momenti di paura, porta alla soddisfazione per aver spinto avanti i propri limiti. Molti sono curiosi rispetto al lato “oscuro”. La paura dell’ignoto è una delle più naturali e istintive. Il nostro mondo è facile da capire quando abbiamo a che fare con ciò che già conosciamo e comprendiamo. L’ignoto ci consente invece di esplorare un territorio nuovo. Il mondo dell’orrore è un contesto immaginativo in cui è possibile sperimentare la paura e imparare preziose lezioni su come rispondere al pericolo. Il sistema della paura stimolato dall’orrore è una dotazione donataci dall’evoluzione (Öhman & Mineka, 2001). Simulare contesti spaventosi è simile all’esperienza dei bambini che giocano ad inseguirsi agendo una versione ritualizzata delle interazioni tra predatore e preda (Steen & Owens, 2001). Questi scenari ci rendono più forti, in grado di affrontare le paure nei momenti in cui la nostra risposta potrebbe essere fondamentale per la nostra sopravvivenza.
Le minacce nei film dell’orrore riflettono i pericoli che hanno minacciato la nostra specie per centinaia di migliaia di anni (Clasen, 2012). Serpenti che strisciano nell’oscurità, ragni giganti e mostri rettiliani non riflettono paure dei nostri tempi, ma minacce che hanno tenuto i nostri antenati svegli la notte. Anche mostri moderni, come gli zombie, creature che mangiano e infettano gli esseri umani, riflettono le primordiali paure dei predatori e del contagio. Un cocktail decisamente potente.

Un altra dimensione fondamentale della paura è il suo impatto sul nostro corpo. La paura genera cambiamenti fisiologici: un cuore palpitante, il respiro breve e intenso, sudori freddi, e un peso alla bocca dello stomaco. I nostri comportamenti rispondono a questa attivazione e producono risposte di attacco (come un predatore che ingaggia una potenziale minaccia), fuga (come una preda che cerca di sfuggire per sopravvivere) o freezing (la risposta finale che il corpo mette in atto per ridurre la sofferenza di una situazione troppo intensa da sostenere). Nessuna di queste esperienze sembra piacevole, ma quando ci spaventiamo in un contesto “sicuro”, come la sala di un cinema o il nostro divano, la nostra mente valuta velocemente la situazione e riconosce che l’esperienza non è un vero rischio per la nostra incolumità. Come conseguenza il nostro corpo si calma, ma l’ondata di adrenalina e il rilascio di endorfine e dopamina che il nostro cervello ha prodotto, perdura e l’esperienza spaventosa si dissolve lasciandosi dietro un’esperienza che molti trovano entusiasmante.

Una terza dimensione che rende la paura godibile per la maggior parte delle persone è la socialità. I film dell’orrore sono talvolta ottime occasioni per un primo appuntamento, in cui l’adrenalina portata dalla paura spinge gli umani a cercare vicinanza fisica, come naturale istinto di protezione. Similmente, una serata tra amici è un’ottima occasione per condividere un bello spavento pur sentendosi protetti e condividendo una simile esperienza. Condividere con gli altri questo tipo di esperienza ne amplifica l’intensità delle sensazioni e rendendo ancora più gratificante l’euforia che ne consegue.
È importante sapere che, a prescindere dalla piacevolezza o meno di queste esperienze, gli spaventi non sono per tutti ed è giusto che sia così. Tuttavia condividere l’esperienza con altre persone consente di ridurre l’impatto della paura e ne facilita un’esposizione più gradevole. Allo stesso modo, le risposte legate alla paura di diversi individui rendono ancora più sfaccettata l’esperienza per ogni individuo e arricchiscono ancora di più l’esperienza condivisa.

Avendo dato un’occhiata al divertimento che può nascondersi nella paura, questo halloween, perchè non provare a sperimentare almeno un divertente spavento facendo un piccolo passo oltre la soglia, verso il lato oscuro.

Psicoterapia ovvero l’arte di essere curiosi

La curiosità è quell’atteggiamento istintivo di ricerca attiva della novità, del diverso, che ci porta ad esplorare, a farci domande, ad aprirci alle esperienze per meravigliarci e apprendere. E’ proprio grazie a continui esercizi di curiosità che abbiamo costruito la conoscenza del mondo e siamo arrivati alle scoperte scientifiche che ora costituiscono il nostro sapere. Cosa accade quando rivolgiamo la curiosità verso noi stessi e diventiamo sia soggetti che esplorano sia l’oggetto dell’esplorazione? Cresciamo, ovvero creiamo una nuova versione di noi, più ricca di sfumature e dettagli.

La curiosità è il motore di ogni cambiamento perchè ci porta a mettere in discussione lo status delle cose, spinge a spostare i limiti un po’ oltre e pertanto risulta un ingrediente fondamentale per conquistare nuovi gradi di libertà.

Siamo spesso portati a pensare che ci si debba rivolgere ad uno psicoterapeuta solo quando si generano in noi sintomi disturbanti la nostra quotidianità e stati di sofferenza importanti. Sicuramente gli stati di malessere necessitano cure specifiche, ma si può iniziare un percorso di psicoterapia come atto di curiosità verso se stessi, perché stiamo bene ma vorremmo stare anche meglio.  

Nella stanza di terapia il professionista guida la persona in un percorso esplorativo di sé e di trasformazione. Con la psicoterapia ci si addentra in un processo di autoconoscenza che ha per esito finale la costruzione di una nuova versione di sé.

La curiosità ha aspetti luminosi ma anche un lato oscuro. Essere curiosi si traduce nell’attivazione dei meccanismi di esplorazione, i quali portano ad allontanarsi dalla zona di comfort, dalle certezze costruite, cercando di penetrare in quello che possiamo definire ignoto e misterioso, sperimentando contemporaneamente sensazioni di spaesamento e di meraviglia. Iniziare una psicoterapia implica la messa in discussione dell’idea che abbiamo di noi, allontanarci da questa, aprire il vaso di Pandora.

Secondo il mito, Zeus, adirato con Prometeo per il furto del fuoco, aveva deciso di vendicarsi. Creò Pandora e ordinò a tutti gli dei di farle un dono; Ermes le donò la curiosità. Pandora fu poi data in sposa da Zeus a Epimeteo, fratello di Prometeo, insieme a una di quelle giare in cui di norma venivano stipate le provviste di grano, con l’ordine di esserne custode. I due vissero molto tempo felici, ma il desiderio di conoscere il contenuto del vaso cresceva dentro Pandora, la quale spinta dalla sua curiosità, un giorno lo aprì, realizzando il piano vendicativo di Zeus nei confronti dell’umanità. Dal vaso uscirono e si diffusero nel mondo tutti i mali che da quel momento generarono sofferenza negli uomini. Sul fondo del vaso, però, resta un ultimo elemento a Pandora: la speranza.

Su un piano metaforico il mito ci racconta come praticare curiosità porti ad una fase di malessere, di disgregazione delle certezze e alla perdita dello stato di innocenza e inconsapevolezza. Per conquistare qualcosa è necessario perdere qualcos’altro. Alla fine l’atteggiamento curioso approda a nuove conoscenze solo se si è stati capaci di attraversare il dubbio e le emozioni da esso suscitate.

In psicoterapia il professionista ci aiuta a farci domande, a metterci in dubbio e ci porta in contatto con quelle parti di noi che fino a quel momento ci erano rimaste nascoste e ci guida nell’apprendimento e nella familiarizzazione di nuove prospettive.

Fare psicoterapia è aprire il vaso di Pandora, è entrare dentro il nostro mondo interiore con l’obiettivo di integrare le parti potenziali di noi stessi e fino ad allora celate, permettendoci la costruzione di una nuova identità, o almeno di una versione un po’ più completa della precedente.

Ogni percorso psicoterapeutico è un luogo sicuro in cui praticare curiosità, in cui esplorarsi e mettersi in discussione per arricchirsi. Avere consapevolezza su chi siamo noi ci regala la possibilità di fare qualcosa di diverso; la paura iniziale attivata dalla perdita della zona di comfort, si trasforma in sorpresa e soddisfazione per la novità trovata.

Il cambiamento può partire dai momenti di crisi, dalla presenza di una sintomatologia precisa che chiede cura, ma anche da un’esigenza interna di miglioramento e di autorealizzazione. Come diceva Jung, la nostra vita è un continuo processo di individuazione: con tale termine indicava il processo di sviluppo psicologico che ha per meta non solo la caratterizzazione della nostra individualità, ma anche il raggiungimento di quello che chiama la totalità psichica. Secondo Jung, la nostra psiche è composta da parti, consce e inconsce, più riusciamo a costruire integrazione tra queste, maggiore sarà lo stato di armonia e il vissuto di benessere dentro di noi e la psicoterapia può aiutarci a fare questo.

Come scegliere uno psicologo?

Hai finalmente deciso. Magari hai tergiversato per un po’ di tempo, oppure hai improvvisamente sentito che non è più possibile gestire una determinata situazione e che hai bisogno di parlarne con un professionista. Si, ma quale? Come sceglierlo?

Le possibilità sono tante e i fattori da considerare diversi. Proviamo a focalizzare insieme alcuni aspetti. Ecco alcune informazioni e qualche domanda, così da stimolare una riflessione che possa aiutarti a sbrogliare il bandolo della matassa.

Uomo o donna?

Spesso capita che le persone non sappiano quale scelta sia meglio per sé. E’ possibile che alcuni si sentano maggiormente in imbarazzo con un professionista del genere opposto. Al contrario, può capitare di immaginare che con uno specialista dello stesso sesso possano emergere paragoni, timori e incomprensioni.

In questi casi, dare ascolto al proprio istinto può aiutare.

Quando immagini di raccontare di te e di ciò che ti porta in colloquio, quale persona immagini di fronte a te?

Non dimenticare che oltre al genere, lo psicoterapeuta è un professionista e una persona. Ci sono quindi anche altri elementi da considerare.

Inoltre, nel caso il dubbio non fosse risolvibile, è sempre possibile portare queste domande allo specialista al momento del primo contatto o in sede di primo colloquio.

Orientamento teorico e specializzazioni

Uno psicoterapeuta, dopo essersi laureato in psicologia ed aver ottenuto l’abilitazione alla professione in seguito ad un Esame di Stato, ha proseguito la sua formazione per 4 o 5 anni presso una Scuola di Specializzazione.

Questi istituti formativi poggiano le loro basi su approcci teorici differenti. Esistono scuole di specializzazione ad indirizzo cognitivo, sistemico-relazionale, dinamico, integrato e così via.

Questo significa che orientamenti teorici diversi trattano medesimi problemi ma con modalità di lettura differenti. Tutte forniscono agli psicologi le competenze per lavorare come psicoterapeuti e per affrontare diverse problematiche. Ciò che cambia è solo la cornice teorica di riferimento.

E’ necessario conoscere l’orientamento teorico dello psicoterapeuta che contatto?

Può essere un’informazione in più, solitamente reperibile sul sito internet o sui profili del professionista presenti sul web. Non è però strettamente necessario in quanto, come anticipato, questo non limita in alcun modo le competenze professionali.

Hai un problema specifico e ti chiedi se lo psicoterapeuta sia specializzato su questo?

E’ possibile. Lo psicoterapeuta può aver frequentato una Scuola di Specializzazione che prevede nel percorso di studi un focus particolare su alcune tematiche rilevanti. E’ inoltre possibile che il professionista abbia deciso di specializzarsi ulteriormente tramite corsi e master. Queste informazioni sono reperibili sul suo sito e sui suoi profili presenti su internet. Inoltre puoi chiedere direttamente allo psicoterapeuta al momento del primo contatto o nel corso del primo colloquio.

Sintonia “a pelle”

Il percorso psicoterapeutico è inevitabilmente caratterizzato dalla relazione fra due persone. Proprio per questo ascoltarsi e verificare con sé stessi se ci si sente a proprio agio con il professionista sono aspetti importanti.

Già durante la telefonata e al momento della conoscenza dal vivo, è possibile capire se la persona a cui ci si è rivolti sia quella adatta. Sentirsi accolti, ascoltati, compresi sono elementi cruciali, che influenzeranno la possibilità di creare un’alleanza positiva e realmente terapeutica.

Ti stai domandando se è possibile dire allo psicoterapeuta che non ti trovi bene?

Certo, esplicitare i propri dubbi in merito può essere utile ad entrambi per capire in che modo proseguire il percorso terapeutico o se sia più idoneo l’invio a un altro psicoterapeuta.

Distanza

Un aspetto che può capitare di considerare nel corso della scelta dello psicoterapeuta è quanto sia vicino a casa o al luogo di lavoro. Certamente la comodità legata al raggiungere velocemente il professionista è una variabile importante, ma che può essere considerata secondaria rispetto ad altri elementi.

E’ più importante che lo studio del terapeuta sia vicino o che il professionista a cui ti rivolgi sia quello che reputi migliore per te?

Inoltre, il tempo impiegato a raggiungere lo psicoterapeuta è da considerare come una quota dell’investimento personale nel percorso che si sta decidendo di intraprendere.

Investimento economico ed emotivo

Come anticipato, quando si decide di intraprendere un percorso psicoterapeutico, è possibile considerare diversi tipi di investimento.

I colloqui con lo specialista prevedono infatti un costo economico regolare e che sarà costante per un periodo di tempo variabile. Su questo argomento così importante rifletteremo più avanti attraverso un articolo di approfondimento dedicato.

D’altro canto, impegnare il proprio tempo, le risorse cognitive ed emotive personali costituiscono un ulteriore investimento di energie, che va oltre il semplice costo economico.

Qual è l’entità del risultato che voglio raggiungere avviando un percorso psicoterapeutico? E quanto, quindi, sento di voler investire per arrivarci?

Questi sono solo alcuni degli aspetti su cui può essere utile soffermarsi per poter scegliere con consapevolezza a chi rivolgersi e sono un buon punto di partenza per dipanare eventuali dubbi. Nel caso in cui ci fossero ulteriori domande alle quali è difficile trovare risposta, è sempre possibile contattare lo psicoterapeuta per chiedere e farsi un’idea sempre più precisa.

Psicosomatica: Non sono un malato immaginario!

La Psicosomatica è la disciplina che studia i legami e le interazioni tra i fattori psicologici e i fattori fisiologici nell’origine, nel mantenimento e nella guarigione da una malattia. Il presupposto teorico di partenza è la visione unitaria della persona, il tentativo di superare quella scissione tra mente e corpo portata avanti nella nostra cultura occidentale. 

La malattia è passata dall’essere considerata come l’effetto di una sola causa, a essere intesa come  il risultato visibile di un circuito multifattoriale, i cui componenti possono appartenere sia alla sfera psichica che fisica e sono legati tra loro da reciproche influenze. 

Molte ricerche del secolo scorso hanno evidenziato che fattori di tipo emozionale, psicosociale e stili di vita stressanti possono agire sulla nascita e sul decorso di malattie organiche. La psicosomatica ad orientamento ecobiopsicologico non solo presta attenzione all’aspetto emotivo che accompagna la patologia corporea, ma osserva come la psiche e il soma(corpo) esprimano una medesima realtà ma su piani differenti, ponendosi la sfida di rintracciare e rendere esplicito il processo sottostante alla generazione della sintomatologia: perchè e come ci ammaliamo? Il focus non è tanto sulla malattia, ma sulla persona. 

Nella medicina tradizionale sono etichettati come “idiopatici”, “essenziali” o “psicosomatici” quei disturbi rispetto ai quali non appare evidente una causalità di tipo organico; questa prospettiva ha spesso fuorviato verso l’idea che la sofferenza fisica legata a fattori emotivi e pertanto non visibili in esami diagnostici fosse una sorta di simulazione e che il soggetto fosse un malato immaginario.

Come nasce il concetto di psicosomatica?

Sin dagli albori la psicologia si è confrontata con il tema del corpo: Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, si era accorto che una parte della mente (l’ Io) dei suoi pazienti cercava di allontanare pensieri, desideri, vissuti emotivi disturbanti. Questo tentativo di allontanamento finiva per cacciarli in quella parte della psiche denominata da lui Inconscio o in alternativa talvolta avveniva un “misterioso salto sul corpo”: le persone potevano presentare sintomi fisici, pur non essendoci elementi organici a spiegarne l’origine, ad esempio arti paralizzati pur mancando lesioni o traumi fisici come accadeva alle pazienti che Freud aveva incontrato alla clinica Salpetrière.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, il medico statunitense Franz Alexander notò come stati emotivi esperiti dal soggetto come conflittuali, attraverso la mediazione del sistema nervoso vegetativo, fossero implicati nell’origine di alcune patologie organiche, definite Holy Seven (ulcera peptica, rettocolite ulcerosa, asma bronchiale, ipertensione essenziale, disturbi della regolazione tiroidea, neurodermatiti e artrite reumatoide). Il “conflitto psichico”, ovvero tutte quelle emozioni, pensieri, bisogni e ricordi  che una persona sentiva come pericolosi, disturbanti, intollerabili, era inteso come il nucleo centrale nell’insorgenza della patologia organica. A seguire, le ricerche si sono mosse a verificare l’ipotesi che alcuni tratti di personalità potessero correlare con stili cognitivi e meccanismi di difesa e pertanto incidere sulla vulnerabilità all’insorgenza di alcune patologie del corpo (Dunbar). 

Cos’è e come funziona la somatizzazione?

Gli studi che hanno cercato di comprendere i rapporti tra gli stati emotivi e le patologie organiche si sono moltiplicati nel corso del secolo scorso e hanno dato origine alla branca della medicina denominata psiconeuroendocrinoimmunologia: i processi di somatizzazione sono stati indagati come risposte di attivazione del sistema vegetativo, endocrino e immunitario connesse alla difficoltà dei soggetti di vivere i propri stati emotivi.  Le somatizzazioni possono mettere in scacco il funzionamento della fisiologia del corpo fino a generare anche danni d’organo; più che malattie immaginarie potremmo parlare di malattie dell’immaginario, ovvero di quella facoltà di mentalizzazione degli stati emotivi. Quest’ultima non solo permette la lettura dei propri stati emotivi e quelli altrui, ma anche la loro regolazione, la capacità di controllare gli impulsi e di automonitoraggio (Fonagy). La nascita e lo sviluppo di questa facoltà della mente dipendono dagli accadimenti dei nostri primi anni di vita. 

La mente umana nasce all’interno della relazione che il neonato ha con le persone che si occupano di lui. Più le relazioni primarie sono caratterizzate da dissintonie tra i bisogni del bambino e le risposte degli adulti, più saranno presenti stati neurocettivi di allarme e pericolo, che coinvolgeranno i sistemi neurofisiologici del soggetto, venendo poi a costituirsi come stili ricorrenti di relazione con se stessi e con il mondo. Questi schemi sono depositati nella parte della nostra memoria denominata implicita, costituita da elementi che vanno al di là del sistema verbale. Nel corpo si incarnano le nostre memorie relazionali e si rendono visibili gli effetti di quegli stati neurocettivi di allarme prolungati nel tempo.

Perchè affiancare alle cure mediche percorsi di psicoterapia quando si ha una malattia organica?

La psicoterapia è l’esperienza relazionale alternativa rispetto a ciò che abbiamo vissuto e attivatrice di un cambiamento di quegli stili ricorrenti (modelli operativi interni), appresi nelle relazioni primarie e connessi agli stati di sofferenza psichica e fisica di una persona. 

La psicoterapia con orientamento psicosomatico accede alle memorie relazionali implicite, anche attraverso un’osservazione attenta al corpo del soggetto. La malattia organica diventa portatrice di informazioni delle emozioni e del funzionamento della persona, le quali nel setting terapeutico smettono di essere l’indicibile, non rappresentabile (Kalsched), che faceva cortocircuitare la persona in uno stato di sofferenza a più livelli (fisica, psichica e relazionale) e si costruisce un campo di apprendimento e sperimentazione di nuove versioni di sè. Lavorando sulle proprie emozioni e sulla propria capacità di regolarle si trasformano anche i circuiti neurobiologici profondi. Curare mente e corpo insieme permette la costruzione di quello che chiamiamo stato di benessere. 

Bibliografia:

Frigoli D. , Fondamenti di psicoterapia ecobiopsicologica, Armado Editore, 2007

Kalsched D., Il trauma e l’anima, Moretti & Vitali , 2013

Porcelli P. , Medicina Psicosomatica e psicologia clinica, Raffaello Cortina Editore, 2009

Porges S.W. , La guida  alla teoria polivagale, Giovanni Fioriti Editore, 2018 

Schore A. , La regolazione degli affetti, Astrolabio, 2003

Decluttering emotivo e l’importanza di fregarsene

Da qualche tempo il metodo più diffuso per mettere in ordine gli oggetti di casa è decluttering, ovvero l’eliminazione del superfluo e di tutto ciò che non dona nessun tipo di felicità o gioia. Per alcuni, il solo atto di togliere dal proprio spazio di vita tutto ciò che non è necessario e tenere ciò che ha realmente significato, può essere liberatorio, quasi catartico: basta spolverare quell’oggetto inutile, basta aprire l’armadio e fissare vestiti che non si indossano da anni, basta con “magari un giorno torna comodo” e alla fine rimane sempre scomodo. 

Ma che cosa potrebbe accadere se seguissimo questo approccio anche ad altri aspetti della vita. Come sarebbe se applicassimo il decluttering anche per la gestione del lavoro, degli impegni, degli appuntamenti, delle relazioni. Forse riusciremo ad essere liberi di concentrare tempo, energia e denaro su altre cose?

Utilizzando le parole di Sarah Knight (https://www.youtube.com/watch?v=GwRzjFQa_Og), che su questo ha costruito la sua carriera, probabilmente inizieremo a preoccuparci di meno, -rimanendo letterali: ce ne fregheremmo di più- e, con buone possibilità, riusciremo a dedicare il nostro tempo a ciò che vogliamo fare e non solamente a ciò che ci viene chiesto di fare. Forse inizieremo ad occuparci di ciò che ci interessa e dare meno importanza a ciò che, invece, non ci piace. 

È innegabile che detto così si possa pensare di diventare un po’ egoisti. “Stronzi”, per usare le parole della Knight. Ma in realtà non è per forza così. 

Pensiamo a quando abbiamo un impegno o un appuntamento. In queste situazioni ci sono almeno due persone coinvolte: noi e la persona che dovremo incontrare. A molti sarà capitato, anche solo una volta, di accorgersi di non aver voglia di presentarsi a quell’appuntamento, che fosse la festa di Natale con i colleghi, l’aperitivo con gli amici che hanno appena avuto un bambino, il pranzo domenicale con tutti i parenti.

Proviamo a immaginare una scena: la settimana di lavoro è stata lunga e gli impegni sono stati più del solito. Magari ha piovuto tutta la settimana e magari si è guastato il telefono. C’è solo voglia di passare un tranquillo e rilassante week end. Ma arriva l’invito degli amici per r il mesiversasio del loro primogenito. Ora, immagina di arrivare alla festa. Come pensi che ti sentirai: felice o annoiato? Avrai voglia di stare lì o penserai solo al momento in cui potrai tornare a casa?

Spesso abbiamo paura che rifiutando un invito potremo essere giudicati negativamente. E questo può succedere. Ma in verità gli altri possono pensare male di noi sempre, anche quando ci impegniamo a mantenere l’impegno, persino quando ci sforziamo di apparire entusiasti di essere in quel posto o fare quella cosa. E possiamo essere giudicati male, nonostante le nostre buone intenzioni e il nostro impegno perché, nonostante tutto, non abbiamo nessun potere sul pensiero dell’altro. Questo significa che gli altri possono arrivare a pensare di noi tutto il bene o tutto il male del mondo, anche quando non facciamo nulla (o facciamo di tutto) per influenzare la loro opinione.

Ma il timore che l’altro possa pensare male di noi ci porta a rispondere agli impegni senza pensare a come ci fanno stare. Diciamo di sì a appuntamenti a cui non vogliamo andare e poi finiamo per sprecare tempo, energia a fare qualcosa che non troviamo piacevole o cercando di trovare modi per liberarci dall’impegno all’ultimo minuto senza passare per dei completi egoisti -o “stronzi”. O a rimuginare su quanto ci sentiamo infastiditi e obbligati a rispondere all’invito.

E se invece di dire automaticamente “si” ci fermassimo un attimo per capire se ci va di vedere quella persona o andare a quella festa o se, invece, abbiamo voglia di usare il nostro tempo per fare altro, che sia guardare un film sotto le coperte o andare a fare una partita a calcetto con gli amici che non vediamo da tempo? E non perchè siamo meschini o superficiali, ma perché abbiamo tempo e energia per fare solo una cosa e dobbiamo scegliere cosa tenere e cosa togliere. Decluttering.

Per eliminare il superfluo dalle nostre vite possiamo prima di tutto capire ciò che non ci interessa fare e poi…smettere di fare ciò che non ci interessa fare.

Essere assertivi tanto con noi stessi, quanto con gli altri può essere una risorsa molto utile per applicare il decluttering alle nostre vite. Imparare a parlare con gentilezza e onestà sia con gli altri (“Ti ringrazio per l’invito, ma non verrò alla festa”, “Apprezzo la tua offerta e ti ringrazio per aver pensato a me, ma oggi ho scelto di fare quest’altra cosa”) che con noi stessi (“Oggi ho voglia di prendere del tempo per me stesso/a”), significa essere sinceri e cordiali senza doversi fare carico di particolari sensi di colpa, e scoprire che possiamo usare il nostro tempo e le nostre energie per fare più cose che ci piacciono, con meno fastidio, meno ansia e meno colpa.

E accorgerci che il mondo non finirà, anche se siamo un po’ stronzi.

E tu, riposi abbastanza?

Solitamente quando una persona ha bisogno di riposo, il suggerimento che gli viene dato è di fermarsi, di stare seduto, sdraiato o addirittura di andare a dormire. Vi è mai capitato di cercare di riprendervi da un periodo pesante andando a letto prima o svegliarvi più tardi al mattino, solo per sentirvi ancora più stanchi al risveglio? Tuttavia, sonno e riposo non sono la stessa cosa. La dottoressa Dalton, medico e autrice americana, propone un interessante modello di riposo diviso in sette aree

Il primo è il riposo fisico, più comune e facilmente intuibile, che può essere passivo, come nel sonno, o attivo, come nelle attività fisiche di rilassamento, come lo yoga, lo stretching o le sessioni di massaggio che favoriscono la circolazione e la flessibilità.

Il secondo tipo è invece il riposo mentale. Questa necessità si riferisce al carico mentale di impegni, responsabilità e stress che non sono alleggeriti da una notte di sonno. In questo caso è fondamentale trovare dei momenti di pausa, brevi pause per ogni due ore di lavoro che hanno lo scopo di ricordare alla nostra mente di fermarsi. Allo stesso modo, se capita di avere pensieri prima di dormire, può essere utile avere un blocco dove appuntarsi i pensieri ingombranti prima di dormire e affidarli al blocco fino alla mattina successiva di modo da non perderli, ma conservandoli per un momento in cui si potrà effettivamente occuparsi di loro.

Il terzo tipo di riposo è quello sensoriale. Luci brillanti, schermi, rumori di fondo e conversazioni in ufficio o su zoom o Skype possono sovrastimolare i nostri sensi spingendo il nostro cervello a processare una quantità molto elevata di informazioni. Per garantire momenti di riposo a noi stessi è sufficiente prendersi un minuto di pausa con gli occhi chiusi durante la nostra giornata e lontani dalle notifiche oltre che allontanarsi consapevolmente dai dispositivi elettronici a fine giornata senza rispondere alle mail, al telefono e ai messaggi. Nel caso di urgenze è importante riconoscere cosa è effettivamente necessario che riceva una risposta immediata e cosa può essere gestito domani (la risposta niente, raramente rispecchia la realtà ed è più spesso legata alla paura di perdere dei pezzi).

Il quarto tipo di riposo viene chiamato “riposo creativo”. Gestire una giornata con numerosi imprevisti, orari che si sovrappongono e un alto livello di problem solving e di creatività rischia di esaurire le nostre risorse deputate alla ricerca di soluzioni e al far “quadrare i conti”. Per fornire questo tipo di riposo è importante la presenza di stimoli creativi che ci diano contributi costruttivi e di ispirazione. Un esempio può essere il trovare tempo per godersi la natura, film, libri, serie tv… in generale avere una fonte di stimoli che ci arrivino dall’esterno e contribuiscano al nostro bagaglio di ispirazioni.

Il quinto tipo di riposo fondamentale per il nostro benessere è il riposo emotivo. Per riposo emotivo si intende la possibilità di spendere del tempo esprimendo liberamente le proprie emozioni, senza sacrificarle per bisogni esterni o per il bene di chi ci sta vicino. Un esempio di questo momento di pausa è fare una vacanza dai contesti stressanti in cui ci ritroviamo a sacrificare il nostro benessere per gestire situazioni stressanti e troviamo uno spazio in cui possiamo allentare i vincoli che limitano la nostra possibilità di esprimere come ci sentiamo. Un esempio di questi momenti di “vacanza” può essere anche un incontro con un amico, in cui per qualche ora, lasciamo spazio a come stiamo realmente senza doverci preoccupare dell’immagine dobbiamo mantenere all’esterno.

Il sesto tipo di riposo presentato dal modello è strettamente collegato al precedente e riguarda il riposo sociale. Questo tipo di riposo è cruciale nei casi in cui non riusciamo a distinguere tra quelle relazioni che ci danno energia da quelle che ne assorbono. Per garantire il riposo sociale di cui abbiamo bisogno, è fondamentale circondarsi di persone che ci supportino. Per riconoscere queste relazioni è importante rivolgere la nostra attenzione verso le persone con cui ci relazioniamo e cogliere se avere a che stare con loro è qualcosa che ci fa stare bene oppure, in alcuni momenti, ci “attiva” in modo spiacevole. Allo stesso modo, è utile ritagliarsi dei brevi momenti in cui stare da soli con noi stessi per ricaricare le batterie.

Infine, il settimo tipo di riposo presentato è quello “spirituale” che non riguarda necessariamente la dimensione religiosa, ma che comprende il senso di appartenenza, di accettazione e la percezione di avere uno scopo. Per ottenere questo tipo di riposo è importante trovare dei momenti in cui rompere la routine abitudinaria e concentrarsi a ciò che di più grande di noi può esserci cercando di ampliare il nostro “campo visivo” attraverso riflessione o pratiche di meditazione.

Essere consapevoli che le energie che investiamo nel corso delle nostre giornate sono di tipo diverso, può aiutarci ad osservare la nostra routine e a riconoscere quale tipo di risorsa sia più a rischio. Questo modello è uno spunto di riflessione per osservare sotto una nuova luce la stanchezza e come possiamo ricercare momenti di riposo adatti al nostro affaticamento. 

Vacanze = Mal di testa?

Al giorno d’oggi tutti ci lamentiamo di ritmi lavorativi serrati e pressanti, attendiamo trepidamente il weekend o lo stacco delle vacanze estive, ma quando finalmente il tempo dello svago e del riposo sopraggiunge, porta con sè un ospite indesiderato: il mal di testa.

Noi lo chiamiamo “mal di testa”, ma in realtà ne esistono tanti tipi differenti. 

Il dolore può essere diffuso o circoscritto, pulsante o acuto e può interessare aree del capo differenti (frontale, laterale o occipitale). A volte può insorgere come effetto di altre condizioni vigenti ( lo stato della fame o della disidratazione, stati febbrili etc ) oppure può essere primario, non collegabile ad altri fattori.

Quali sono i più comuni di “mal di testa”?

Le cefalee primarie o essenziali più comuni sono:
l’emicrania, la più diffusa, è legata a fattori di tipo vascolare ed è composta da due fasi: quella connessa alla vasocostrizione dei vasi meningei, generatrice dei sintomi premonitori quali aura, ronzii, senso di vertigine, ipersensibilità e insofferenza ai suoni; ad essa segue la vasodilatazione, causa della vera e propria crisi dolorosa. Durante un attacco di emicrania, la persona può lamentare anche sintomi secondari come nausea, vomito o fotofobia (fastidio alla luce).
• la cefalea muscolo tensiva, il cosiddetto cerchio o morsa alla testa, in cui la persona sente una forte compressione del capo dovuta alla tensione dei muscoli del collo, del volto e del cuoio capelluto. Il dolore è diffuso e costante e interessa la zona occipitale e temporale.
• la cefalea a grappolo, in cui il dolore generalmente monolaterale è molto intenso, localizzato nella zona orbitale (vicino all’occhio) e dello zigomo, a volte accompagnato da lacrimazione ed edema (gonfiore) alla palpebra, congestione nasale e fotofobia.

Che cosa ci accade quando abbiamo mal di testa?

Nonostante la diversità della sintomatologia, l’elemento comune ad ogni cefalea è l’effetto pietrificante che ha per la persona, la quale a causa del sintomo è costretta ad evitare il contatto con gli altri, ad astenersi da ogni attività. Il risultato della cefalea saranno l’isolamento, la chiusura, il silenzio e il bisogno di stare immobili e al buio. 

La psicosomatica del mal di testa

Secondo la psicosomatica classica, quando compare un sintomo corporeo abbiamo lo spostamento sul corpo di un conflitto psichico, ovvero uno stato di contrasto interiore tra uno o più bisogni, emozioni o rappresentazioni mentali. Nel caso del mal di testa in vacanza quali conflitti interiori potremmo ipotizzare?  Facciamo il percorso a ritroso dal sintomo: quando abbiamo mal di testa sentiamo il bisogno di stare fermi, ci isoliamo, ci blocchiamo e questo ci accade proprio quando avremmo finalmente il tempo di abbandonarci ai nostri desideri, al dolce far niente delle vacanze. Il tempo della vacanza è quello dove si dovrebbe entrare in una dimensione di vuoto ristoratore e creativo , ma il rallentamento dei ritmi potrebbe essere vissuto come buco nero che ci risucchia e ci spaventa.

Durante il tempo libero, la persona, spesso molto attiva, si confronta con la passività, con il lasciarsi andare, con il tema dei “desideri” e questo potrebbe attivare antiche emozioni di paura o sensi di colpa. Nei  momenti in cui dovremmo rallentare il nostro agire sul mondo e connetterci con la nostra dimensione interiore inespressa nella quotidianità, ci pietrifichiamo. Come mai non riusciamo ad essere “leggeri”? Cosa succede nel nostro mondo interno? 

Quale rapporto abbiamo con i nostri bisogni, con i nostri desideri, con il lasciarsi andare, con lo stare fermi senza performare?  Una persona che soffre di mal di testa ricorrenti durante i weekend o le vacanze potrebbe allora raccontare una difficoltà di rapporto con il proprio mondo emotivo, un eccessivo investimento della dimensione razionale, del “fare”, ovvero della dimensione simbolicamente rappresentata dalla testa, il distretto corporeo pianificatore e costruttore di vie e progetti, ma che talvolta  finisce per costruire dighe fallimentari e labirinti insidiosi.   

La psicoterapia può aiutarci quando soffriamo di mal testa ricorrenti?

In una prospettiva psicosomatica ogni sintomo racconta una storia differente: il mal di testa di Gaia è diverso da quello di Pietro, in quanto ogni persona ha una storia di vita differente. Ad esempio Gaia è sempre stata una “brava bambina”, molto ragionevole e pacata, si è costruita una corazza rispetto ai suoi bisogni più autentici e ogni volta che scende da un aereo il primo giorno di vacanza lo passa in camera con il mal di testa. Pietro invece dopo la nascita del primo figlio ha iniziato a soffrire di cefalea per lo più nei weekend. Cosa accade a Gaia e a Pietro? La specificità del momento in cui compare il sintomo, l’osservazione della dimensione fisiologica coinvolta (è un’emicrania con aspetti vascolari o una cefalea muscolo-tensiva?) e la storia passata della persona ci permettono un’apertura esplorativa e la possibilità di entrare in contatto con aspetti di noi prima non conoscibili e rappresentabili.

Le somatizzazioni sono “informazioni simboliche” su funzionamenti interiori della persona e la psicoterapia è uno spazio protetto dove apprendere modalità relazionali con se stessi e con il mondo differenti e dove stabilire un dialogo nuovo tra corpo e mente al fine di costruire il proprio benessere. Grazie alla psicoterapia i nostri dolori fisici e psichici assumono una forma più conoscibile e, diventando consapevoli di ciò che ci riguarda, del nostro mondo emotivo, dei nostri funzionamenti, possiamo permetterci quel cambiamento di cui tutti parlano.

Bibliografia:

Frigoli D. , Fondamenti di psicoterapia ecobiopsicologica, Armado Editore, 2007

Porcelli P. , Medicina Psicosomatica e psicologia clinica, Raffaello Cortina Editore, 2009

Saper ‘allentare’: Il rilassamento

Se ne sente parlare spesso: siamo troppo stressati, dovremmo rilassarci di più..

Ognuno di noi nella propria vita quotidiana spontaneamente già pratica qualche attività di rilassamento, magari senza chiamarla così.

Ma cos’è esattamente il rilassamento (dal latino re- e laxare: allentare) e come lo si raggiunge?

Cos’è il rilassamento?

Negli anni ’70 Benson definisce quella che viene chiamata Risposta di Rilassamento, uno stato psicologico e fisico di profonda quiete e riposo, che è l’opposto della risposta attacco-fuga (fight o flight).

In termini più generali, il rilassamento è uno stato mentale e fisico di abbassamento di attivazione e di calma.

La capacità di rilassarsi può portare effetti benefici. Non solo sospende la sensazione di stress e tensione e ci dà la sensazione che possiamo riporci ed allentare le sensazioni sgradevoli, ma è ormai assodato dalla ricerca che esperienze di rilassamento possono aiutare nei disturbi d’ansia e in alcuni casi anche per persone che soffrono di disturbi organici.

È stato infatti dimostrato che la capacità di rilassarsi in modo completo, porta benefici alla salute e al benessere mentale (abbassamento di sintomi ansiosi e di sensazione di tensione), così come benefici fisici (regolazione della pressione, abbassamento dei livelli ormonali correlati allo stress).

Come si può raggiungere uno stato di rilassamento?

Tutti noi abbiamo la capacità innata di rilassarci, ma può succedere che nel corso della vita o in periodi particolari di stress e difficoltà facciamo fatica a raggiungere questo stato.

Se si hanno difficoltà a raggiungere uno stato di rilassamento, il primo passo da fare è capire che la capacità di raggiungere uno stato di rilassamento può essere allenata.

Non importa dunque da quale stato di tensione partiamo, un passo alla volta possiamo allenarci a capire cosa funziona e cosa no per noi, come riconoscere la sensazione di rilassamento e come gestirla e utilizzarla volontariamente per il nostro benessere.

Facciamo una prova adesso:

Fai un respiro normale e poi trattienilo per 7 secondi (conta 1001, 1002, 1003..), in contemporanea, incrocia le caviglie e tendi i muscoli delle gambe, cercando di spingerle le gambe l’una contro l’altro o di allontanarle, ma sempre tenendo incrociate le caviglie. Dopo 7 secondi, lascia andare il fiato e tutta la tensione delle gambe e lascia fluire la tensione.

Se hai provato a fare questo breve esercizio, puoi provare ad esplorare la differenza tra le sensazioni durante la fase di contrazione e la fase di rilascio. Questa è l’esperienza di rilassamento.

Esistono molte strade, o tecniche, per raggiungere uno stato di rilassamento.

Alcune sono basate su immagini mentali e visualizzazioni, altre su esercizi di regolazione dello stato di contrazione di gruppi muscolari, altre ancora sulla meccanica e frequenza respiratoria. Esistono poi una serie di pratiche derivate dalla meditazione, che non è di per sé una tecnica di rilassamento, che hanno come effetto secondario l’induzione di uno stato di calma.

Alcune persone sperimentano una sensazione spiacevole quando iniziano ad utilizzare queste tecniche: questo fastidio è il segnale che l’esercizio di rilassamento sta funzionando e che la mente e il corpo stanno provando ad allentare la tensione. Come tutti gli stati di ‘transizione’, in cui sperimentiamo dei cambiamenti a livello fisico e mentale, questa sensazione di allentare la tensione può essere sgradevole.

Ogni tanto basta un po’ di allenamento, ogni tanto ci vuole una vera e propria ‘fisioterapia del rilassamento’.

In questo secondo caso, un professionista può aiutare a scegliere quali esercizi funzionano meglio o peggio e quali trucchetti utilizzare per allenarsi in modo più proficuo. Affidarsi ad un professionista permette inoltre di poter esplorare quali sono le cause profonde che sostengono la difficoltà cronica o transitoria a rilassarsi.