I traumi dei genitori possono avere un impatto sui figli?

Siamo abituati a pensare che i traumi abbiano un impatto esclusivamente su chi li sperimenta, sul loro benessere e sulla loro sfera emotiva, senza che questo abbia un impatto sui ruoli che ogni giorno ricopriamo nella nostra vita. (Per un approfondimento sul tema del trauma https://progettoduos.com/2017/12/06/un-passato-che-ritorna-il-trauma-e-il-suo-trattamento/)

Proprio a causa dell’influenza che queste esperienze particolarmente stressanti e spiacevoli esercitano su diversi aspetti del nostro funzionamento, diversi autori hanno approfondito l’impatto dei traumi su una funzione importante e delicata, quella genitoriale. 

Cosa si intende con funzione genitoriale? 

Possiamo definirla come una serie di comportamenti orientati all’accudimento fisico e psicologico del bambino, fondati sull’importante investimento emotivo nella relazione con lui, che rende il genitore in grado di rispondere ai suoi bisogni in base alla fase dello sviluppo in cui si trova. 

Essere genitore riguarda quindi non solo la cura in senso pratico del proprio bambino, ma implica un accudimento emotivo e psicologico, che andrà a porre le basi per il suo benessere e il suo equilibrio futuro. Alla luce di questa importante funzione psicologica svolta dal genitore, è possibile comprendere quanto le esperienze emotivamente stressanti e traumatiche giochino un ruolo nelle modalità di cura nei confronti del proprio figlio. 

In che modo un’esperienza traumatica può influenzare la funzione genitoriale?

Nel momento in cui si è esposti ad un evento traumatico si ha la sensazione di non avere il controllo su quanto accade. Le risposte psicologiche sviluppate di fronte a questo tipo di vissuto determinano un’attivazione fisiologica, che può essere adeguatamente integrata all’interno della propria memoria solo se c’è la possibilità di elaborare quanto accaduto.

Poter raccontare e condividere l’esperienza vissuta, sentire riconosciuto il proprio bisogno di aiuto e avere la sensazione di essere compresi e accettati sono fattori che sostengono il processo di elaborazione del trauma. Quando questo non avviene il ricordo dell’esperienza rimane “bloccato” ed influenza l’individuo anche dopo molto tempo dall’evento traumatico, facendo sentire il pericolo di quella esperienze ancora vivo e presente. 

È proprio in base alle esperienze che abbiamo vissuto che impariamo ad attribuire significato alla realtà e al mondo esterno. Laddove vi sia un trauma irrisolto è possibile che la persona attribuisca significato a quanto accade in base all’elevato grado di pericolo percepito e al timore che quanto di spiacevole accaduto in passato si ripresenti nuovamente. 

Per quanto riguarda il ruolo genitoriale, la persona tenderà a ritenere pericoloso ciò che è stato per lui spaventoso e traumatico in passato, portandolo a proteggere il figlio da esperienze che ritiene a rischio. Le aspettative legate ai vissuti post-traumatici sono però falsate e non coerenti con la realtà esterna e la relazione con il bambino. Questo porta il genitore a mettere in atto comportamenti di cura guidati da eccessiva paura rispetto a specifici elementi del mondo esterno. 

Può così accadere, ad esempio, che un genitore che abbia vissuto la perdita di un familiare a lui vicino a seguito di un incidente sia particolarmente angosciato che accada qualcosa di spiacevole al proprio bambino e che questo lo porti ad un’importante limitazione della sua autonomia e delle libertà. L’obiettivo del genitore sarà di garantire la sicurezza del piccolo, ma questo può avere un’influenza sullo sviluppo dell’autonomia, sull’evoluzione dell’autostima e sulla possibilità di esplorare del bambino.

Qual è il rischio per il bambino?

Una preoccupazione genitoriale non coerente con quanto sta accadendo in quello specifico momento e vincolata al trauma passato rischia di essere spaventosa per il bambino. Il piccolo si sentirà confuso, diviso tra le informazioni che gli derivano dall’ambiente esterno e gli elementi di pericolo comunicati dell’angoscia del genitore e dei quali non trova riscontro nella realtà. A seconda delle caratteristiche del bambino e della numerosità di questi eventi disorganizzanti, il piccolo potrebbe reagire con ansia, timore, paura o al contrario con iperattivazione e rabbia. Questa modalità genitoriale può quindi avere un impatto sul benessere del figlio non solo in infanzia, ma anche a medio-lungo termine.

Come è possibile prevenire l’effetto dei traumi sulla genitorialità? 

Riconoscere di aver vissuto un’esperienza traumatica non è sempre facile. È però importante raggiungere la consapevolezza che alcune esperienze siano state difficili e altamente stressanti, permettendosi di riconoscere che non è stato possibile essere adeguatamente supportati nel corso dell’elaborazione del trauma. 

Questa consapevolezza permette di mantenere un autocontrollo sui comportamenti di protezione dei figli laddove questi richiamino proprio la spiacevole esperienza vissuta.

È possibile inoltre rivolgersi ad un professionista, così da poter ricevere il giusto supporto nel ruolo genitoriale, nella comprensione dell’esperienza traumatica e nel processo di elaborazione.

Chi sono io? Adolescenza, cambiamento, fattori di rischio.

A cura della Dott.ssa Laura Romagnoni e Dott.ssa Maria Cristina Frassanito

Si parla spesso di crisi adolescenziale, di problematiche che emergono in questa delicata fase della vita, di difficoltà scolastiche, comportamentali, emotive e così via.

Ma quali sono le basi su cui questi disagi si fondano? Cosa caratterizza questo momento del ciclo evolutivo e lo rende così sensibile?

La pubertà:

Con il termine pubertà si intende la gamma di cambiamenti fisici, che avvengono a partire circa dagli 11 anni, determinando l’uscita dall’infanzia e l’avvio del percorso verso l’età adolescenziale. Si parla di pubertà precoce nei casi in cui questo processo avvenga attorno agli 8 o 9 anni.

Ciò che accade è una trasformazione interna all’organismo e delle caratteristiche fisiche osservabili dall’esterno:

  • Il sistema ormonale ed endocrino si modifica e determina il susseguirsi dei diversi eventi puberali
  • Il sistema circolatorio e quello respiratorio crescono, sostenendo lo sviluppo di maggiore forza e resistenza rispetto all’età infantile
  • Si osserva lo spurt puberale, ovvero l’accelerazione improvvisa nella crescita dello scheletro, seguita da un arresto, che determina l’accrescimento dell’altezza
  • Vi è un aumento e redistribuzione del grasso corporeo e dei muscoli, che implicano una nuova forma fisica, più simile a quella adulta
  • Si osserva infine la maturazione degli organi riproduttivi e dei caratteri sessuali principali e secondari.

I tempi necessari a questi cambiamenti, che si manifestano in modo graduale e continuativo, differiscono a livello individuale e tra individui appartenenti allo stesso genere sessuale.

 

La preadolescenza:

Le forme del corpo cambiano, i primi brufoli compaiono sul viso, i peli crescono senza preavviso: tutti ricordiamo la sensazione di spaesamento, i dubbi riguardo a ciò che sta accadendo e a come si potrebbe essere in futuro, il tempo trascorso davanti allo specchio domandandosi “cosa penseranno gli altri di me?”. Questo significa che abbiamo vissuto la preadolescenza, ovvero il periodo “ponte” di trasformazione psicologica, relazionale e sociale determinato ed inevitabilmente intrecciato alla precedente pubertà ed alla futura adolescenza. I cambiamenti fisici sono infatti eventi significativi ed emotivamente intensi, che investono diverse aree del funzionamento psicologico di ognuno. Dal punto di vista individuale hanno una ricaduta sulla percezione di sé, sulla propria identità, sull’autostima. Riguardo l’area relazionale, hanno una rilevanza in termini di popolarità, di status sociale, di ruolo nel gruppo dei pari e sul modo in cui il ragazzo si pone nei confronti degli altri.

Se lungo l’intero arco di vita  la sfera emozionale affettiva riveste notevole importanza, in particolar modo in questa fase di sviluppo essa diviene maggiormente rilevante. E’ in tale periodo infatti che l’individuo si prepara a sperimentare  le “giuste distanze” dal nucleo familiare in cui è cresciuto e all’interno del quale si è formato, per dare luce a ciò che sarà il suo divenire nel mondo esterno. Il ragazzo si predispone ad osservare ed apprendere ciò che troverà nella sua quotidianità, al di fuori delle mura domestiche, al fine di delineare e definire il suo mondo interno e poter entrare in relazione con ciò che lo circonda.

I preadolescenti iniziano a definire le proprie scelte di vita in ambito sociale e personale e per tale motivo è molto importante che essi abbiano cognizione della propria emotività, imparino ad autoregolarsi e siano in grado conoscere ed interagire con l’altrui mondo emotivo, al fine di sentirsi preparati e liberi nelle relazioni interpersonali sia intime che sociali, riconoscendo anche i casi in cui le circostanze possano rappresentare una minaccia per sé e gli altri.

 

Adolescenza:

La letteratura scientifica è ricca di produzioni riguardo questa fase del ciclo di vita e diversi studiosi concordano nel ritenere che essa comporti una serie di compiti evolutivi specifici che il ragazzo si trova ad affrontare e a dover superare per poter attraversare con successo la transizione dall’infanzia all’adolescenza.

In primo luogo si è rivelata centrale la capacità di ristrutturare la percezione della propria identità corporea perturbata, come abbiamo detto precedentemente, dalla pubertà. Ne consegue un secondo compito, legato allo sviluppo e al consolidamento delle condotte legate alla sfera della sessualità, tale per cui l’adolescente sperimenta una naturale spinta evolutiva di tipo esplorativo, dettata da fattori ormonali e psicologici. Tali trasformazioni sostengono il terzo compito evolutivo dell’adolescente, che investe sulla propria autonomia e sull’apertura verso la società e il mondo dei pari, con i quali inizierà a confrontarsi e rispecchiarsi, avendo già iniziato, nella fase di sviluppo precedente, a sperimentare la separazione dalla protezione del nucleo familiare.

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Fattori di rischio tipici dell’adolescenza:

I fattori di rischio riguardano le caratteristiche personali e ambientali che possono facilitare l’attuazione di comportamenti pericolosi o l’insorgenza di particolari difficoltà nell’adolescente e comprendono diverse aree di vita:

  • Fattori famigliari: la famiglia può essere disordinata, senza confini precisi, aggressiva e violenta, invalidante, eccessivamente intrusiva o, al contrario, trascurante.
  • Fattori individuali: possono essere legati a problemi nelle precedenti fasi di vita, che hanno comportato difficoltà nello sviluppo di abilità sociali adeguate, di un sufficiente livello di autostima, di efficaci abilità di coping e problem solving.
  • Fattori contestuali: fragilità socio culturale, importanti difficoltà economiche, isolamento sociale, vicinanza a gruppi devianti

E’ importante sottolineare quanto un unico fattore di rischio non possa condurre all’insorgenza di problematiche specifiche, ma sia da considerare come una variabile che può potrebbe intrecciarsi ad altre, esponendo il ragazzo a un maggiore rischio.

Inoltre l’adolescente porta con sé anche un bagaglio contrapposto costituito dai fattori di protezione, che fungono da variabili preventive e risorse sulle quali è importante puntare per sostenere adeguatamente il ragazzo.

Alla luce di quanto esposto risulta essere fondamentale che i ragazzi ricevano un’educazione scolastica che possa basarsi sul potenziamento delle capacità cognitive e delle abilità appartenenti alla sfera emotiva, affettiva e socio-relazionale cosicché essi possano avere un “bagaglio di strumenti indispensabili” per realizzarsi come individui adulti, capaci di orientarsi e compiere le proprie scelte nel rispetto reciproco.

 

Conclusione:

Possiamo ora comprendere quale sia la complessità di questa fase del ciclo di vita, la portata emotiva dei cambiamenti psicofisici e delle sfide che l’adolescente incontra sul proprio cammino in seguito alla pubertà. Potremmo dire che sia un momento in cui “i nodi vengono al pettine”: difficoltà non considerate nel corso delle fasi precedenti possono ora emergere con maggiore forza, scontrandosi con i compiti evolutivi tipici dell’adolescenza e i cambiamenti sottostanti.

Questo non comporta il fatto che essa venga vista come una fase vulnerabile di cui avere timore, in quanto potrebbe essere invece un’occasione in cui valorizzare i fattori protettivi, rinforzando la creatività e i nuovi spunti che i cambiamenti portano con sé.

Proprio per l’importanza che la famiglia ricopre nello sviluppo dell’adolescente, verrà pubblicato un secondo articolo di approfondimento sulla famiglia come fattore protettivo e sul positivo ruolo dei genitori.

Ansia: limiti e possibilità

Cos’è l’ansia?

Con il termine ansia si intende un’attivazione psico-fisica che si contraddistingue per il grado di tensione e paura di fronte ad un evento che solitamente non viene considerato spaventoso. Il pericolo è infatti solo ipotizzato e, nonostante possa essere percepito come distante nel tempo e nello spazio, determina rimuginio e preoccupazione crescente. L’APA (American Psychiatric Association) l’ha descritta nel 1994 come “anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuro, accompagnata da sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione”.

Il malessere percepito, come anticipato, non è esclusivamente a carico della mente, ma anche del corpo: tachicardia, sensazione di svenimento, nodo alla gola, nausea, gastrite, tremore, tensione muscolare, vampate di calore, vertigini… Numerose, variabili e diverse da persona a persona possono essere le manifestazioni fisiche dell’ansia. Inevitabile dunque pensare che sia un’emozione scomoda, opprimente e assolutamente superflua.

Ma è davvero così?  L’ansia, ponendoci in uno stato di allerta, ci aiuta nel focalizzare l’attenzione sulle possibili fonti di minaccia e ci prepara in anticipo ad affrontarle, facendoci immaginare ipotetici scenari, soluzioni, variabili positive e negative delle situazioni che ci potrebbero coinvolgere.

Immaginiamo l’impatto negativo che l’assenza di ansia potrebbe avere sulla preparazione degli esami, sulle prestazioni lavorative, sulla stesura di un discorso da fare in pubblico, sull’allenamento per una gara sportiva. L’ansia ci permette di essere maggiormente performanti rispetto a quando siamo in uno stato di tranquillità: è in questi casi che si parla di ansia adattiva.

Quando l’ansia non è adattiva?

L’ansia ricade sotto i riflettori dell’interesse clinico quando non si mantiene più nei limiti consueti e tollerabili, determinando così una sofferenza più o meno costante e invalidando il funzionamento sociale, relazionale, scolastico o professionale della persona. Ecco che allora questa emozione non si configura più come un aiuto nella previsione delle difficoltà, ma come una gabbia che imprigiona possibilità e opportunità.

E’ importante chiarire che solo un professionista della salute mentale, nello specifico uno psicologo o uno psichiatra, può formulare una diagnosi che consideri in modo corretto l’insieme dei sintomi riportati dalla persona. L’utilizzo di test di valutazione, di tecniche specifiche e strumenti clinici permette al professionista di comprendere la situazione nella sua specificità e condividere con la persona che chiede aiuto un piano di lavoro su misura.

E’ in sede di colloquio che si approfondiscono i vissuti legati all’ansia, a come si manifesta, alle sensazioni fisiche che comporta, alle aree di vita che compromette. La fase di valutazione può quindi comportare diversi colloqui, in quanto è sempre rilevante capire come l’ansia e la sua sintomatologia si collochino nella vita quotidiana e nella storia della persona: ogni individuo è diverso, ha un proprio bagaglio personale, che implica che l’ansia, così come altri disagi, assuma significati del tutto personali.

Molte persone pensano di non chiedere aiuto di fronte a stati ansiosi anche molto intensi e limitanti, pensando che basti essere sufficientemente forti oppure lasciar passare abbastanza tempo perché la situazione si risolva da sola. In questi casi può accadere che i disagi fisici si evolvano in veri e propri disturbi somatici, che in prima battuta interessano il medico di base e che, solo in un secondo momento in seguito ad approfondimento medico, vengono correttamente inviati ad uno specialista della salute mentale.

L’inizio del percorso psicologico e dell’eventuale sostegno farmacologico segnano così una svolta nella gestione della sintomatologia ansiosa, comportando anche un miglioramento sul piano fisico.

In conclusione

L’ansia è un’emozione e come tale è biologicamente innata in ognuno di noi, in quanto utile in diverse occasioni della vita quotidiana. Non è però da sottovalutare nei casi in cui essa diventi il filo rosso che indirizza l’intera sfera di vita, rallentando o bloccando aree di funzionamento importanti. La diagnosi permette di chiarire cosa stia accadendo e di costruire un piano d’azione specifico ed individualizzato.

Perché fare oggi ciò che puoi fare domani?

Questo articolo è nella lista delle cose da fare da più di due settimane. Trovato l’argomento, studiate le fonti, programmato nell’agenda, eppure il foglio era bianco fino a pochi minuti fa. Ho avuto mille buoni motivi per rimandare di volta in volta la scrittura dell’articolo: ogni volta capitava sempre qualcosa di importantissimo e urgentissimo che mi obbligava a stravolgere l’agenda e questo articolo finiva sempre a “data da destinarsi”.

Mentirei se dicessi che è la prima volta che accade. Scuole e università sono state costellate da cambiamenti all’ultimo delle scadenze e urgenze dell’ultimo secondo. Ogni volta la sensazione è sempre la stessa: quel misto di ansia e senso di colpa per qualcosa che avrei già dovuto concludere e invece mi ritrovo a dover fare all’ultimo.

Il termine “procrastinare” è sempre stato un mantra che mi perseguita come uno spettro ogni volte che c’è una scadenza all’orizzonte.

pro·cra·sti·nà·re/
verbo transitivo
Rinviare a un altro momento, differire, rimandare: p. un pagamento, una decisione

A chiunque talvolta può capitare di rimandare o rinviare i propri impegni all’ultimo momento, ma chi procrastina abitualmente evita di intraprendere compiti difficili e ricerca attivamente distrazioni. La procrastinazione riflette in larga parte le difficoltà legate a due aspetti principali: mantenere l’autocontrollo e saper anticipare come ci si sentirà domani o il giorno dopo. Infatti ogni volta che rimandiamo i nostri impegni perché “non ci va o non abbiamo voglia di lavorarci” in questo momento, finiamo per caricare di lavoro i “noi” di domani. Cerchiamo di superare il fastidio e la malavoglia di oggi pensando che la nostra versione futura starà meglio, avrà più energie e risorse e sarà in grado affrontare quel compito che adesso ci sembra insostenibile.

Come mai si procrastina

Nonostante le occasioni per osservarne l’effetto siano quotidiane, la procrastinazione è un fenomeno complesso. La teoria della motivazione temporale di Steel & König identifica 4 principali componenti che è necessario considerare per comprendere ciò che sta dietro al fenomeno: le aspettative riguardanti il compito da svolgere, il valore che si attribuisce al compito, la sensibilità a ritardare e l’attesa stessa.

  • Il primo aspetto si riferisce alle aspettative di successo del compito che dobbiamo svolgere: tanta meno fiducia avremo in un buon risultato, tanto più saremo propensi a perdere tempo per non occuparcene.
  • La seconda componente riguarda, invece, il valore che attribuiamo al nostro obiettivo: la preoccupazione per un compito importante può essere un grande deterrente contro la tendenza a rimandare.
  • L’elemento successivo è la predisposizione personale a cedere alle tentazioni: un forte tratto di coscenziosità consente, a chi si deve occupare di un compito, di essere più portato a occuparsene senza spostare la sua attenzione su altro.
  • L’ultimo aspetto riguarda invece l’attesa in sé: maggiore è il tempo che si lascia trascorrere tra quando si decide di fare qualcosa e quando si intraprende il compito, maggiori saranno le difficoltà nel portarlo a termine.

Considerare le caratteristiche degli elementi che intervengono nel procrastinare consente di poter agire di conseguenza e prepararsi per poter affrontare al meglio gli impegni. Il passo successivo per contrastare la tendenza a procrastinare è, quindi, la capacità di organizzare gli impegni e pianificare le proprie azioni.

Priorità e procrastinazione

Oltre a riconoscere le proprie risorse e saperle anticipare nel tempo, è fondamentale riuscire a distinguere i tipi di compiti che dobbiamo affrontare.

matrice

Ipotizzando di suddividere gli impegni che ci si prospettano lungo due assi, importante/non importante e urgente/non urgente, si crea una differenza tra come i procrastinatori cronici e i pianificatori perfettamente razionali, animali mitologici, si propongono di agire.

Questi ultimi svolgerebbero subito i compiti importanti e urgenti. Ciò che è importante, ma non urgente verrebbe pianificato di modo da essere svolto prima di diventare a sua volta urgente. Ciò che è urgente, ma non importante verrebbe delegato a qualcun altro, mentre ciò che non è né urgente né importante verrebbe cancellato dalla lista di cose da fare.

La difficoltà dei procrastinatori è riuscire a considerare correttamente i contenuti delle categorie e scegliere il corso d’azione. Ciò significa che facendo fatica a distinguere qualcosa di urgente e importante da qualcosa che importante non è, chi procrastina rischia di perdere tempo ed energie in un compito non importante. Di conseguenza le cose urgenti e davvero importanti possono essere rimandate fino a quando non è troppo tardi e si finisce per delegare la ricerca di una soluzione al futuro sé.

Come affrontare la tendenza a procrastinare

Nonostante possa sembrare paradossale, il primo passo per riuscire a portare a termine i compiti che ci si prefigge, è imparare a riconoscere quei compiti che non hanno spazio nella nostra testa, così come nella nostra agenda. La paura di perdere occasioni o abbandonare progetti a cui teniamo ci può portare a sovraccaricarci di impegni e non lasciarci abbastanza risorse, in termini di energie e di tempo, per dedicarci efficacemente a nessuno dei progetti che vogliamo portare avanti.

In seguito, è necessario affrontare quel muro di paura che ci porta a vedere tutti i limiti e le imperfezioni del lavoro che dovremo svolgere o che stiamo già portando avanti. È normale, ci teniamo a quel lavoro e vogliamo che sia il migliore possibile, ma spesso non teniamo conto dei limiti che abbiamo e paragoniamo il nostro lavoro ad altri che hanno richiesto un numero maggiore di risorse. Quindi è importante considerare i propri standard in base a ciò che ci si può permettere, anche quando questo può risultare fastidioso o doloroso: Avere a disposizione sono un’ora ogni settimana nelle pause dal lavoro per suonare la chitarra, non mi permetterà di avere gli stessi risultati di chi si allena per ore tutti i giorni.

Quello che segue è un esempio molto chiaro di come, pur mantenendo le stesse capacità, saper riconoscere quali risorse siano necessarie per fare un buon lavoro può dare risultati molto diversi.

Procrastinare è fastidioso e senza dubbio può essere un grande ostacolo nel portare a termine ciò che siamo prefissati di fare, ma a volte fare come Alfieri e farsi legare alla sedia potrebbe non bastare e, al contrario, la soluzione potrebbe essere riconoscere che ciò che stiamo facendo è molto difficile e dobbiamo cercare un supporto esterno che ci aiuti: lavorare con qualcun altro, cercare un ambiente che minimizzi la tendenza a perdere tempo o rinforzare le varie tappe del lavoro, ad esempio prendersi una pausa caffè ogni volta che si finisce di studiare un capitolo.

Un passato che ritorna: il trauma e il suo trattamento

tràu·ma/

sostantivo maschile

1. Lesione prodotta nell’organismo da qualsiasi agente capace di un’azione improvvisa e rapidissima, che può produrre fenomeni locali o modificazioni generali dell’organismo.

2. Evento negativo, che incide sulla persona e la disorienta.

Il trauma è uno dei concetti più affrontati in psicologia, tanto che non è difficile comprendere, all’interno del linguaggio di tutti i giorni, termini come “trauma infantile”, “post-traumatico” ed “esperienza traumatica”. Fin dagli albori di questa disciplina gli studiosi si sono susseguiti nel definire e approfondire questo tema, declinandolo a seconda del periodo storico, del contesto socio-culturale e della teoria di riferimento predominante.

Ma cosa significa dunque “trauma”? Cosa comporta? Come può essere trattato?

Le declinazioni del trauma

La definizione del termine porterebbe a pensare a un evento unico, imprevisto, che può procurare ferite emotive oltre che fisiche. La natura occasionale e dirompente di un incidente, di un terremoto o di un lutto improvviso ha certamente un forte impatto sulla routine di ognuno e produce un senso di disorientamento, paura e perdita di lucidità. Queste esperienze vengono riconosciute come “grandi” esperienze traumatiche.

Tuttavia, contrariamente a quanto si possa pensare, esiste un’ulteriore forma di trauma. Eventi che provocano una certa dose di disagio a causa della pericolosità percepita soggettivamente dalla persona, ma che non mettono in pericolo direttamente la vita e la propria integrità fisica, vengono identificate come “piccole” esperienze traumatiche. Ad esempio, una relazione caratterizzata da continue mortificazioni con una figura significativa, esperienze di ripetute separazioni e perdite, vivere precocemente in un ambiente domestico costantemente conflittuale sono eventi che possono lasciare un segno, anche nei casi in cui non ci si renda conto della portata emotiva di ciò che è successo.

Come il trauma influenza il momento attuale

Ognuno di noi può trovarsi in situazioni che si contraddistinguono per emozioni e sensazioni simili al vissuto traumatico sperimentato in precedenza.

Analizziamo un  esempio riguardante i “piccoli” traumi. Avendo vissuto gli anni della scuola con grande timore a causa dell’insegnante che regolarmente scherniva l’alunno per i suoi errori, questo, in età adulta, potrebbe evitare di assumere incarichi di responsabilità, che potrebbero far progredire la sua carriera professionale, a causa del terrore che il suo capo possa umiliarlo di fronte ai colleghi in caso di errori o malintesi. In questo caso la relazione con il capo assume la funzione di riattivatore traumatico di una “piccola” esperienza traumatica passata. L’esperienza mostra infatti caratteristiche simili al vissuto scolastico infantile, facendo così emergere emozioni e sensazioni che richiamano quel difficile periodo passato. Ciò potrebbe ostacolare un avanzamento lavorativo e intaccare il benessere personale in un’area di vita che, finora, è sempre stata ben funzionante.

Nei casi di “grandi” traumi può accadere che una persona coinvolta in un incidente automobilistico, a mesi o anni di distanza non riesca ad utilizzare l’auto o altri mezzi di trasporto, oltre ad avere un senso di tachicardia e mancanza d’aria ogni qual volta senta all’improvviso un forte rumore. Questa esperienza si configura come un “grande” vissuto traumatico e il disagio che ne potrebbe conseguire potrebbe intaccare diverse aree di funzionamento della persona che, non potendo spostarsi con alcun mezzo, non può più recarsi al lavoro, andare a fare la spesa, spostarsi in autonomia, vivendo costantemente in uno stato di allerta.

Questi esempi evidenziano come di fronte a esperienze di diversa entità è possibile rispondere in modo diverso. Ciò che accomuna le due tipologie di trauma è la sofferenza che la persona si trova a dover fronteggiare, anche a distanza di tempo.

EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): perchè può essere utile

L’EMDR è un approccio terapeutico specifico e strutturato, che in diversi studi si è mostrato efficace nel trattamento di “piccoli” e “grandi” traumi. Questo metodo si fonda sul presupposto che le esperienze traumatiche vengano immagazzinate nelle reti neurali del nostro cervello in modo scorretto. Nel corso di un’esperienza traumatica, infatti, il cervello non riesce ad integrare le informazioni e i ricordi legati all’evento restano come “congelati”. In questo modo, il ricordo dell’esperienza traumatica resta vivo e, nel caso in cui si presenti un riattivatore traumatico, determina sensazioni, emozioni ed immagini così come se si stesse vivendo il trauma in quel momento stesso.

Nel corso di colloqui con un professionista formato, attraverso stimolazioni che coinvolgono i movimenti oculari, viene riattivato il naturale e spontaneo processo di elaborazione dell’esperienza, così da integrare in modo adattivo le informazioni cognitive, emotive e sensoriali legate al trauma.

In conclusione

I vissuti traumatici, se non elaborati, possono avere un impatto sulla vita quotidiana, anche dopo lungo tempo, portando ad una condizione di disagio o a disturbi psicologici maggiormente strutturati. Un professionista della salute mentale può essere d’aiuto per la definizione di un percorso di intervento specifico, integrando le tecniche EMDR in un percorso psicologico ad hoc.