Psicosomatica: Non sono un malato immaginario!

La Psicosomatica è la disciplina che studia i legami e le interazioni tra i fattori psicologici e i fattori fisiologici nell’origine, nel mantenimento e nella guarigione da una malattia. Il presupposto teorico di partenza è la visione unitaria della persona, il tentativo di superare quella scissione tra mente e corpo portata avanti nella nostra cultura occidentale. 

La malattia è passata dall’essere considerata come l’effetto di una sola causa, a essere intesa come  il risultato visibile di un circuito multifattoriale, i cui componenti possono appartenere sia alla sfera psichica che fisica e sono legati tra loro da reciproche influenze. 

Molte ricerche del secolo scorso hanno evidenziato che fattori di tipo emozionale, psicosociale e stili di vita stressanti possono agire sulla nascita e sul decorso di malattie organiche. La psicosomatica ad orientamento ecobiopsicologico non solo presta attenzione all’aspetto emotivo che accompagna la patologia corporea, ma osserva come la psiche e il soma(corpo) esprimano una medesima realtà ma su piani differenti, ponendosi la sfida di rintracciare e rendere esplicito il processo sottostante alla generazione della sintomatologia: perchè e come ci ammaliamo? Il focus non è tanto sulla malattia, ma sulla persona. 

Nella medicina tradizionale sono etichettati come “idiopatici”, “essenziali” o “psicosomatici” quei disturbi rispetto ai quali non appare evidente una causalità di tipo organico; questa prospettiva ha spesso fuorviato verso l’idea che la sofferenza fisica legata a fattori emotivi e pertanto non visibili in esami diagnostici fosse una sorta di simulazione e che il soggetto fosse un malato immaginario.

Come nasce il concetto di psicosomatica?

Sin dagli albori la psicologia si è confrontata con il tema del corpo: Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, si era accorto che una parte della mente (l’ Io) dei suoi pazienti cercava di allontanare pensieri, desideri, vissuti emotivi disturbanti. Questo tentativo di allontanamento finiva per cacciarli in quella parte della psiche denominata da lui Inconscio o in alternativa talvolta avveniva un “misterioso salto sul corpo”: le persone potevano presentare sintomi fisici, pur non essendoci elementi organici a spiegarne l’origine, ad esempio arti paralizzati pur mancando lesioni o traumi fisici come accadeva alle pazienti che Freud aveva incontrato alla clinica Salpetrière.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, il medico statunitense Franz Alexander notò come stati emotivi esperiti dal soggetto come conflittuali, attraverso la mediazione del sistema nervoso vegetativo, fossero implicati nell’origine di alcune patologie organiche, definite Holy Seven (ulcera peptica, rettocolite ulcerosa, asma bronchiale, ipertensione essenziale, disturbi della regolazione tiroidea, neurodermatiti e artrite reumatoide). Il “conflitto psichico”, ovvero tutte quelle emozioni, pensieri, bisogni e ricordi  che una persona sentiva come pericolosi, disturbanti, intollerabili, era inteso come il nucleo centrale nell’insorgenza della patologia organica. A seguire, le ricerche si sono mosse a verificare l’ipotesi che alcuni tratti di personalità potessero correlare con stili cognitivi e meccanismi di difesa e pertanto incidere sulla vulnerabilità all’insorgenza di alcune patologie del corpo (Dunbar). 

Cos’è e come funziona la somatizzazione?

Gli studi che hanno cercato di comprendere i rapporti tra gli stati emotivi e le patologie organiche si sono moltiplicati nel corso del secolo scorso e hanno dato origine alla branca della medicina denominata psiconeuroendocrinoimmunologia: i processi di somatizzazione sono stati indagati come risposte di attivazione del sistema vegetativo, endocrino e immunitario connesse alla difficoltà dei soggetti di vivere i propri stati emotivi.  Le somatizzazioni possono mettere in scacco il funzionamento della fisiologia del corpo fino a generare anche danni d’organo; più che malattie immaginarie potremmo parlare di malattie dell’immaginario, ovvero di quella facoltà di mentalizzazione degli stati emotivi. Quest’ultima non solo permette la lettura dei propri stati emotivi e quelli altrui, ma anche la loro regolazione, la capacità di controllare gli impulsi e di automonitoraggio (Fonagy). La nascita e lo sviluppo di questa facoltà della mente dipendono dagli accadimenti dei nostri primi anni di vita. 

La mente umana nasce all’interno della relazione che il neonato ha con le persone che si occupano di lui. Più le relazioni primarie sono caratterizzate da dissintonie tra i bisogni del bambino e le risposte degli adulti, più saranno presenti stati neurocettivi di allarme e pericolo, che coinvolgeranno i sistemi neurofisiologici del soggetto, venendo poi a costituirsi come stili ricorrenti di relazione con se stessi e con il mondo. Questi schemi sono depositati nella parte della nostra memoria denominata implicita, costituita da elementi che vanno al di là del sistema verbale. Nel corpo si incarnano le nostre memorie relazionali e si rendono visibili gli effetti di quegli stati neurocettivi di allarme prolungati nel tempo.

Perchè affiancare alle cure mediche percorsi di psicoterapia quando si ha una malattia organica?

La psicoterapia è l’esperienza relazionale alternativa rispetto a ciò che abbiamo vissuto e attivatrice di un cambiamento di quegli stili ricorrenti (modelli operativi interni), appresi nelle relazioni primarie e connessi agli stati di sofferenza psichica e fisica di una persona. 

La psicoterapia con orientamento psicosomatico accede alle memorie relazionali implicite, anche attraverso un’osservazione attenta al corpo del soggetto. La malattia organica diventa portatrice di informazioni delle emozioni e del funzionamento della persona, le quali nel setting terapeutico smettono di essere l’indicibile, non rappresentabile (Kalsched), che faceva cortocircuitare la persona in uno stato di sofferenza a più livelli (fisica, psichica e relazionale) e si costruisce un campo di apprendimento e sperimentazione di nuove versioni di sè. Lavorando sulle proprie emozioni e sulla propria capacità di regolarle si trasformano anche i circuiti neurobiologici profondi. Curare mente e corpo insieme permette la costruzione di quello che chiamiamo stato di benessere. 

Bibliografia:

Frigoli D. , Fondamenti di psicoterapia ecobiopsicologica, Armado Editore, 2007

Kalsched D., Il trauma e l’anima, Moretti & Vitali , 2013

Porcelli P. , Medicina Psicosomatica e psicologia clinica, Raffaello Cortina Editore, 2009

Porges S.W. , La guida  alla teoria polivagale, Giovanni Fioriti Editore, 2018 

Schore A. , La regolazione degli affetti, Astrolabio, 2003

Decluttering emotivo e l’importanza di fregarsene

Da qualche tempo il metodo più diffuso per mettere in ordine gli oggetti di casa è decluttering, ovvero l’eliminazione del superfluo e di tutto ciò che non dona nessun tipo di felicità o gioia. Per alcuni, il solo atto di togliere dal proprio spazio di vita tutto ciò che non è necessario e tenere ciò che ha realmente significato, può essere liberatorio, quasi catartico: basta spolverare quell’oggetto inutile, basta aprire l’armadio e fissare vestiti che non si indossano da anni, basta con “magari un giorno torna comodo” e alla fine rimane sempre scomodo. 

Ma che cosa potrebbe accadere se seguissimo questo approccio anche ad altri aspetti della vita. Come sarebbe se applicassimo il decluttering anche per la gestione del lavoro, degli impegni, degli appuntamenti, delle relazioni. Forse riusciremo ad essere liberi di concentrare tempo, energia e denaro su altre cose?

Utilizzando le parole di Sarah Knight (https://www.youtube.com/watch?v=GwRzjFQa_Og), che su questo ha costruito la sua carriera, probabilmente inizieremo a preoccuparci di meno, -rimanendo letterali: ce ne fregheremmo di più- e, con buone possibilità, riusciremo a dedicare il nostro tempo a ciò che vogliamo fare e non solamente a ciò che ci viene chiesto di fare. Forse inizieremo ad occuparci di ciò che ci interessa e dare meno importanza a ciò che, invece, non ci piace. 

È innegabile che detto così si possa pensare di diventare un po’ egoisti. “Stronzi”, per usare le parole della Knight. Ma in realtà non è per forza così. 

Pensiamo a quando abbiamo un impegno o un appuntamento. In queste situazioni ci sono almeno due persone coinvolte: noi e la persona che dovremo incontrare. A molti sarà capitato, anche solo una volta, di accorgersi di non aver voglia di presentarsi a quell’appuntamento, che fosse la festa di Natale con i colleghi, l’aperitivo con gli amici che hanno appena avuto un bambino, il pranzo domenicale con tutti i parenti.

Proviamo a immaginare una scena: la settimana di lavoro è stata lunga e gli impegni sono stati più del solito. Magari ha piovuto tutta la settimana e magari si è guastato il telefono. C’è solo voglia di passare un tranquillo e rilassante week end. Ma arriva l’invito degli amici per r il mesiversasio del loro primogenito. Ora, immagina di arrivare alla festa. Come pensi che ti sentirai: felice o annoiato? Avrai voglia di stare lì o penserai solo al momento in cui potrai tornare a casa?

Spesso abbiamo paura che rifiutando un invito potremo essere giudicati negativamente. E questo può succedere. Ma in verità gli altri possono pensare male di noi sempre, anche quando ci impegniamo a mantenere l’impegno, persino quando ci sforziamo di apparire entusiasti di essere in quel posto o fare quella cosa. E possiamo essere giudicati male, nonostante le nostre buone intenzioni e il nostro impegno perché, nonostante tutto, non abbiamo nessun potere sul pensiero dell’altro. Questo significa che gli altri possono arrivare a pensare di noi tutto il bene o tutto il male del mondo, anche quando non facciamo nulla (o facciamo di tutto) per influenzare la loro opinione.

Ma il timore che l’altro possa pensare male di noi ci porta a rispondere agli impegni senza pensare a come ci fanno stare. Diciamo di sì a appuntamenti a cui non vogliamo andare e poi finiamo per sprecare tempo, energia a fare qualcosa che non troviamo piacevole o cercando di trovare modi per liberarci dall’impegno all’ultimo minuto senza passare per dei completi egoisti -o “stronzi”. O a rimuginare su quanto ci sentiamo infastiditi e obbligati a rispondere all’invito.

E se invece di dire automaticamente “si” ci fermassimo un attimo per capire se ci va di vedere quella persona o andare a quella festa o se, invece, abbiamo voglia di usare il nostro tempo per fare altro, che sia guardare un film sotto le coperte o andare a fare una partita a calcetto con gli amici che non vediamo da tempo? E non perchè siamo meschini o superficiali, ma perché abbiamo tempo e energia per fare solo una cosa e dobbiamo scegliere cosa tenere e cosa togliere. Decluttering.

Per eliminare il superfluo dalle nostre vite possiamo prima di tutto capire ciò che non ci interessa fare e poi…smettere di fare ciò che non ci interessa fare.

Essere assertivi tanto con noi stessi, quanto con gli altri può essere una risorsa molto utile per applicare il decluttering alle nostre vite. Imparare a parlare con gentilezza e onestà sia con gli altri (“Ti ringrazio per l’invito, ma non verrò alla festa”, “Apprezzo la tua offerta e ti ringrazio per aver pensato a me, ma oggi ho scelto di fare quest’altra cosa”) che con noi stessi (“Oggi ho voglia di prendere del tempo per me stesso/a”), significa essere sinceri e cordiali senza doversi fare carico di particolari sensi di colpa, e scoprire che possiamo usare il nostro tempo e le nostre energie per fare più cose che ci piacciono, con meno fastidio, meno ansia e meno colpa.

E accorgerci che il mondo non finirà, anche se siamo un po’ stronzi.

E tu, riposi abbastanza?

Solitamente quando una persona ha bisogno di riposo, il suggerimento che gli viene dato è di fermarsi, di stare seduto, sdraiato o addirittura di andare a dormire. Vi è mai capitato di cercare di riprendervi da un periodo pesante andando a letto prima o svegliarvi più tardi al mattino, solo per sentirvi ancora più stanchi al risveglio? Tuttavia, sonno e riposo non sono la stessa cosa. La dottoressa Dalton, medico e autrice americana, propone un interessante modello di riposo diviso in sette aree

Il primo è il riposo fisico, più comune e facilmente intuibile, che può essere passivo, come nel sonno, o attivo, come nelle attività fisiche di rilassamento, come lo yoga, lo stretching o le sessioni di massaggio che favoriscono la circolazione e la flessibilità.

Il secondo tipo è invece il riposo mentale. Questa necessità si riferisce al carico mentale di impegni, responsabilità e stress che non sono alleggeriti da una notte di sonno. In questo caso è fondamentale trovare dei momenti di pausa, brevi pause per ogni due ore di lavoro che hanno lo scopo di ricordare alla nostra mente di fermarsi. Allo stesso modo, se capita di avere pensieri prima di dormire, può essere utile avere un blocco dove appuntarsi i pensieri ingombranti prima di dormire e affidarli al blocco fino alla mattina successiva di modo da non perderli, ma conservandoli per un momento in cui si potrà effettivamente occuparsi di loro.

Il terzo tipo di riposo è quello sensoriale. Luci brillanti, schermi, rumori di fondo e conversazioni in ufficio o su zoom o Skype possono sovrastimolare i nostri sensi spingendo il nostro cervello a processare una quantità molto elevata di informazioni. Per garantire momenti di riposo a noi stessi è sufficiente prendersi un minuto di pausa con gli occhi chiusi durante la nostra giornata e lontani dalle notifiche oltre che allontanarsi consapevolmente dai dispositivi elettronici a fine giornata senza rispondere alle mail, al telefono e ai messaggi. Nel caso di urgenze è importante riconoscere cosa è effettivamente necessario che riceva una risposta immediata e cosa può essere gestito domani (la risposta niente, raramente rispecchia la realtà ed è più spesso legata alla paura di perdere dei pezzi).

Il quarto tipo di riposo viene chiamato “riposo creativo”. Gestire una giornata con numerosi imprevisti, orari che si sovrappongono e un alto livello di problem solving e di creatività rischia di esaurire le nostre risorse deputate alla ricerca di soluzioni e al far “quadrare i conti”. Per fornire questo tipo di riposo è importante la presenza di stimoli creativi che ci diano contributi costruttivi e di ispirazione. Un esempio può essere il trovare tempo per godersi la natura, film, libri, serie tv… in generale avere una fonte di stimoli che ci arrivino dall’esterno e contribuiscano al nostro bagaglio di ispirazioni.

Il quinto tipo di riposo fondamentale per il nostro benessere è il riposo emotivo. Per riposo emotivo si intende la possibilità di spendere del tempo esprimendo liberamente le proprie emozioni, senza sacrificarle per bisogni esterni o per il bene di chi ci sta vicino. Un esempio di questo momento di pausa è fare una vacanza dai contesti stressanti in cui ci ritroviamo a sacrificare il nostro benessere per gestire situazioni stressanti e troviamo uno spazio in cui possiamo allentare i vincoli che limitano la nostra possibilità di esprimere come ci sentiamo. Un esempio di questi momenti di “vacanza” può essere anche un incontro con un amico, in cui per qualche ora, lasciamo spazio a come stiamo realmente senza doverci preoccupare dell’immagine dobbiamo mantenere all’esterno.

Il sesto tipo di riposo presentato dal modello è strettamente collegato al precedente e riguarda il riposo sociale. Questo tipo di riposo è cruciale nei casi in cui non riusciamo a distinguere tra quelle relazioni che ci danno energia da quelle che ne assorbono. Per garantire il riposo sociale di cui abbiamo bisogno, è fondamentale circondarsi di persone che ci supportino. Per riconoscere queste relazioni è importante rivolgere la nostra attenzione verso le persone con cui ci relazioniamo e cogliere se avere a che stare con loro è qualcosa che ci fa stare bene oppure, in alcuni momenti, ci “attiva” in modo spiacevole. Allo stesso modo, è utile ritagliarsi dei brevi momenti in cui stare da soli con noi stessi per ricaricare le batterie.

Infine, il settimo tipo di riposo presentato è quello “spirituale” che non riguarda necessariamente la dimensione religiosa, ma che comprende il senso di appartenenza, di accettazione e la percezione di avere uno scopo. Per ottenere questo tipo di riposo è importante trovare dei momenti in cui rompere la routine abitudinaria e concentrarsi a ciò che di più grande di noi può esserci cercando di ampliare il nostro “campo visivo” attraverso riflessione o pratiche di meditazione.

Essere consapevoli che le energie che investiamo nel corso delle nostre giornate sono di tipo diverso, può aiutarci ad osservare la nostra routine e a riconoscere quale tipo di risorsa sia più a rischio. Questo modello è uno spunto di riflessione per osservare sotto una nuova luce la stanchezza e come possiamo ricercare momenti di riposo adatti al nostro affaticamento. 

Vacanze = Mal di testa?

Al giorno d’oggi tutti ci lamentiamo di ritmi lavorativi serrati e pressanti, attendiamo trepidamente il weekend o lo stacco delle vacanze estive, ma quando finalmente il tempo dello svago e del riposo sopraggiunge, porta con sè un ospite indesiderato: il mal di testa.

Noi lo chiamiamo “mal di testa”, ma in realtà ne esistono tanti tipi differenti. 

Il dolore può essere diffuso o circoscritto, pulsante o acuto e può interessare aree del capo differenti (frontale, laterale o occipitale). A volte può insorgere come effetto di altre condizioni vigenti ( lo stato della fame o della disidratazione, stati febbrili etc ) oppure può essere primario, non collegabile ad altri fattori.

Quali sono i più comuni di “mal di testa”?

Le cefalee primarie o essenziali più comuni sono:
l’emicrania, la più diffusa, è legata a fattori di tipo vascolare ed è composta da due fasi: quella connessa alla vasocostrizione dei vasi meningei, generatrice dei sintomi premonitori quali aura, ronzii, senso di vertigine, ipersensibilità e insofferenza ai suoni; ad essa segue la vasodilatazione, causa della vera e propria crisi dolorosa. Durante un attacco di emicrania, la persona può lamentare anche sintomi secondari come nausea, vomito o fotofobia (fastidio alla luce).
• la cefalea muscolo tensiva, il cosiddetto cerchio o morsa alla testa, in cui la persona sente una forte compressione del capo dovuta alla tensione dei muscoli del collo, del volto e del cuoio capelluto. Il dolore è diffuso e costante e interessa la zona occipitale e temporale.
• la cefalea a grappolo, in cui il dolore generalmente monolaterale è molto intenso, localizzato nella zona orbitale (vicino all’occhio) e dello zigomo, a volte accompagnato da lacrimazione ed edema (gonfiore) alla palpebra, congestione nasale e fotofobia.

Che cosa ci accade quando abbiamo mal di testa?

Nonostante la diversità della sintomatologia, l’elemento comune ad ogni cefalea è l’effetto pietrificante che ha per la persona, la quale a causa del sintomo è costretta ad evitare il contatto con gli altri, ad astenersi da ogni attività. Il risultato della cefalea saranno l’isolamento, la chiusura, il silenzio e il bisogno di stare immobili e al buio. 

La psicosomatica del mal di testa

Secondo la psicosomatica classica, quando compare un sintomo corporeo abbiamo lo spostamento sul corpo di un conflitto psichico, ovvero uno stato di contrasto interiore tra uno o più bisogni, emozioni o rappresentazioni mentali. Nel caso del mal di testa in vacanza quali conflitti interiori potremmo ipotizzare?  Facciamo il percorso a ritroso dal sintomo: quando abbiamo mal di testa sentiamo il bisogno di stare fermi, ci isoliamo, ci blocchiamo e questo ci accade proprio quando avremmo finalmente il tempo di abbandonarci ai nostri desideri, al dolce far niente delle vacanze. Il tempo della vacanza è quello dove si dovrebbe entrare in una dimensione di vuoto ristoratore e creativo , ma il rallentamento dei ritmi potrebbe essere vissuto come buco nero che ci risucchia e ci spaventa.

Durante il tempo libero, la persona, spesso molto attiva, si confronta con la passività, con il lasciarsi andare, con il tema dei “desideri” e questo potrebbe attivare antiche emozioni di paura o sensi di colpa. Nei  momenti in cui dovremmo rallentare il nostro agire sul mondo e connetterci con la nostra dimensione interiore inespressa nella quotidianità, ci pietrifichiamo. Come mai non riusciamo ad essere “leggeri”? Cosa succede nel nostro mondo interno? 

Quale rapporto abbiamo con i nostri bisogni, con i nostri desideri, con il lasciarsi andare, con lo stare fermi senza performare?  Una persona che soffre di mal di testa ricorrenti durante i weekend o le vacanze potrebbe allora raccontare una difficoltà di rapporto con il proprio mondo emotivo, un eccessivo investimento della dimensione razionale, del “fare”, ovvero della dimensione simbolicamente rappresentata dalla testa, il distretto corporeo pianificatore e costruttore di vie e progetti, ma che talvolta  finisce per costruire dighe fallimentari e labirinti insidiosi.   

La psicoterapia può aiutarci quando soffriamo di mal testa ricorrenti?

In una prospettiva psicosomatica ogni sintomo racconta una storia differente: il mal di testa di Gaia è diverso da quello di Pietro, in quanto ogni persona ha una storia di vita differente. Ad esempio Gaia è sempre stata una “brava bambina”, molto ragionevole e pacata, si è costruita una corazza rispetto ai suoi bisogni più autentici e ogni volta che scende da un aereo il primo giorno di vacanza lo passa in camera con il mal di testa. Pietro invece dopo la nascita del primo figlio ha iniziato a soffrire di cefalea per lo più nei weekend. Cosa accade a Gaia e a Pietro? La specificità del momento in cui compare il sintomo, l’osservazione della dimensione fisiologica coinvolta (è un’emicrania con aspetti vascolari o una cefalea muscolo-tensiva?) e la storia passata della persona ci permettono un’apertura esplorativa e la possibilità di entrare in contatto con aspetti di noi prima non conoscibili e rappresentabili.

Le somatizzazioni sono “informazioni simboliche” su funzionamenti interiori della persona e la psicoterapia è uno spazio protetto dove apprendere modalità relazionali con se stessi e con il mondo differenti e dove stabilire un dialogo nuovo tra corpo e mente al fine di costruire il proprio benessere. Grazie alla psicoterapia i nostri dolori fisici e psichici assumono una forma più conoscibile e, diventando consapevoli di ciò che ci riguarda, del nostro mondo emotivo, dei nostri funzionamenti, possiamo permetterci quel cambiamento di cui tutti parlano.

Bibliografia:

Frigoli D. , Fondamenti di psicoterapia ecobiopsicologica, Armado Editore, 2007

Porcelli P. , Medicina Psicosomatica e psicologia clinica, Raffaello Cortina Editore, 2009

Saper ‘allentare’: Il rilassamento

Se ne sente parlare spesso: siamo troppo stressati, dovremmo rilassarci di più..

Ognuno di noi nella propria vita quotidiana spontaneamente già pratica qualche attività di rilassamento, magari senza chiamarla così.

Ma cos’è esattamente il rilassamento (dal latino re- e laxare: allentare) e come lo si raggiunge?

Cos’è il rilassamento?

Negli anni ’70 Benson definisce quella che viene chiamata Risposta di Rilassamento, uno stato psicologico e fisico di profonda quiete e riposo, che è l’opposto della risposta attacco-fuga (fight o flight).

In termini più generali, il rilassamento è uno stato mentale e fisico di abbassamento di attivazione e di calma.

La capacità di rilassarsi può portare effetti benefici. Non solo sospende la sensazione di stress e tensione e ci dà la sensazione che possiamo riporci ed allentare le sensazioni sgradevoli, ma è ormai assodato dalla ricerca che esperienze di rilassamento possono aiutare nei disturbi d’ansia e in alcuni casi anche per persone che soffrono di disturbi organici.

È stato infatti dimostrato che la capacità di rilassarsi in modo completo, porta benefici alla salute e al benessere mentale (abbassamento di sintomi ansiosi e di sensazione di tensione), così come benefici fisici (regolazione della pressione, abbassamento dei livelli ormonali correlati allo stress).

Come si può raggiungere uno stato di rilassamento?

Tutti noi abbiamo la capacità innata di rilassarci, ma può succedere che nel corso della vita o in periodi particolari di stress e difficoltà facciamo fatica a raggiungere questo stato.

Se si hanno difficoltà a raggiungere uno stato di rilassamento, il primo passo da fare è capire che la capacità di raggiungere uno stato di rilassamento può essere allenata.

Non importa dunque da quale stato di tensione partiamo, un passo alla volta possiamo allenarci a capire cosa funziona e cosa no per noi, come riconoscere la sensazione di rilassamento e come gestirla e utilizzarla volontariamente per il nostro benessere.

Facciamo una prova adesso:

Fai un respiro normale e poi trattienilo per 7 secondi (conta 1001, 1002, 1003..), in contemporanea, incrocia le caviglie e tendi i muscoli delle gambe, cercando di spingerle le gambe l’una contro l’altro o di allontanarle, ma sempre tenendo incrociate le caviglie. Dopo 7 secondi, lascia andare il fiato e tutta la tensione delle gambe e lascia fluire la tensione.

Se hai provato a fare questo breve esercizio, puoi provare ad esplorare la differenza tra le sensazioni durante la fase di contrazione e la fase di rilascio. Questa è l’esperienza di rilassamento.

Esistono molte strade, o tecniche, per raggiungere uno stato di rilassamento.

Alcune sono basate su immagini mentali e visualizzazioni, altre su esercizi di regolazione dello stato di contrazione di gruppi muscolari, altre ancora sulla meccanica e frequenza respiratoria. Esistono poi una serie di pratiche derivate dalla meditazione, che non è di per sé una tecnica di rilassamento, che hanno come effetto secondario l’induzione di uno stato di calma.

Alcune persone sperimentano una sensazione spiacevole quando iniziano ad utilizzare queste tecniche: questo fastidio è il segnale che l’esercizio di rilassamento sta funzionando e che la mente e il corpo stanno provando ad allentare la tensione. Come tutti gli stati di ‘transizione’, in cui sperimentiamo dei cambiamenti a livello fisico e mentale, questa sensazione di allentare la tensione può essere sgradevole.

Ogni tanto basta un po’ di allenamento, ogni tanto ci vuole una vera e propria ‘fisioterapia del rilassamento’.

In questo secondo caso, un professionista può aiutare a scegliere quali esercizi funzionano meglio o peggio e quali trucchetti utilizzare per allenarsi in modo più proficuo. Affidarsi ad un professionista permette inoltre di poter esplorare quali sono le cause profonde che sostengono la difficoltà cronica o transitoria a rilassarsi.

Tu chiamale, se vuoi, emozioni. La difficoltà di entrare in contatto con sè stessi.

Avete presente quelle giornate in cui sentite qualcosa ma non riuscite a capire cosa? Se la risposta è si, potrebbe esservi di conforto sapere che non siete soli.

Come essere umani siamo splendidamente imperfetti, e in questo caso l’imperfezione è presente nella nostra mente e nella capacità di sentire le emozioni. Questo difetto di fabbrica è presente in tutti noi e qualche volta non ci permette di identificare, capire o anche sentire realmente le emozioni che stiamo vivendo. Ed è per questo che alcune emozioni, in alcuni momenti, ci rimangono dentro in una forma che non riusciamo proprio a definire. Un po’ come quando l’oculista ci propone di leggere delle lettere che non riusciamo a vedere: sappiamo che ci sono, le percepiamo, ma non riusciamo proprio a distinguerle con chiarezza. Ma le emozioni vivono sempre dentro di noi anche quando non le capiamo fino in fondo, o magari, rifiutiamo accettarle. 

In tema di non accettazione, pensiamo a quei periodi in cui abbiamo un sacco di cose da fare, gli impegni si sono improvvisamente accavallati tra di loro e ci sentiamo carichi di cose da fare. Probabilmente sentiremo un normale, seppure spiacevole, stato di stress. Se però non ci concediamo di viverlo e sentirlo, lo stress può diventare esso stesso un’ulteriore cosa che dovremo gestire e finiremo per provare ansia. Ma se lo stress è poco piacevole, l’ansia è decisamente sgradevole e allora potremo trovarci, anche a nostra stessa insaputa, a mettere in atto tutta una raffinata serie di comportamenti che ci permettono di evitare di entrare realmente in contatto con quella particolare sensazione di non essere abbastanza, di non avere fiducia in noi stessi, di non essere abbastanza bravi, belli, forti ecc. Ecco quindi che faremo di tutto per tenerci sempre occupati a fare qualcosa, cercare costantemente la compagnia di qualcun’altro o evitare specifiche situazioni. E anche se sentiamo che il dolore è da qualche parte dentro di noi, in superficie adottiamo un fragile buonumore, sforzandoci di sorridere nonostante tutto, per mascherare la ferita che abbiamo subito. Piuttosto che dichiarare a noi stessi che siamo vulnerabili. 

Il costo della confusione

Ma l’allegria è una tristezza che non conosce sé stessa, e finiamo per pagare a caro prezzo la difficoltà a elaborare i nostri sentimenti negativi. Non ammettere di provare emozioni spiacevoli può farci ancora più male di quelle stesse emozioni che cerchiamo di evitare. La nostra mente si atrofizza in un costante rimuginio sul fatto stesso di essere preoccupati o infelici, ci deprimiamo per tutto perché non possiamo essere tristi per qualcosa. Ad alcune persone può succedere di dormire di più, perchè l’insonnia è la vendetta di tutti i pensieri che abbiamo evitato di elaborare durante la giornata. Altri evitano di elaborare la sofferenza perché ciò che provano è così contrario all’immagine di loro stessi come persone forti e indipendenti e belle e brave e normale, così minaccioso per l’idea di normalità della nostra società e così in contrasto con chi vorrebbero davvero essere, che ogni mezzo è lecito pur di evitare di scoprirsi -semplicemente- imperfetti.

Come fare quindi?

La risposta può essere banale, ma quello di cui abbiamo realmente bisogno è un po’ di compassione per noi stessi, di un’atmosfera interna in cui le difficoltà che incontriamo possono essere riconosciute e accettate senza giudizio, di guardare a noi stessi come guarderemo un caro amico in difficoltà. E di ricordare sempre che il motivo per cui non riusciamo a capire le nostre emozioni e come ci sentiamo, non è perché non ne siamo capaci o non ne abbiamo voglia; semplicemente, fa molto male. 

Per poter accettare anche le emozioni negative abbiamo bisogno di apprendere a guardarci dentro senza paura, facendoci aiutare da qualche buon amico e magari anche da un terapeuta professionale. Il risultato sarà di sentirci finalmente più leggeri e in pace. Quel macigno che sentivamo sul petto o sulle nostre spalle sarà diventato piuma. Quel rimuginio sarà pace e accettazione. 

Ma per raggiungere questa meta dobbiamo prima attraversare il sentiero della consapevolezza, in cui, gradualmente riconosciamo che, in un momento o nell’altro, la vita è semplicemente più triste di quanto vorremmo che fosse. 

Quando non si sa come fare

Alcuni potrebbero scoprire di non sapere da dove partire, perchè anche se conoscono bene la sofferenza e sanno che potrebbe esserci di meglio, non sanno proprio cosa sia questo meglio. A volte guardarsi dentro può essere terrificante perché sappiamo che l’unica cosa che c’è il vuoto. Altre volte il rischio è di entrare in contatto con qualcosa che è molto più soverchiante della tristezza. In questi casi, ricorrere a un aiuto professionale può essere il modo migliore per prendersi cura di sé.

“E tu hai già fatto il vaccino?”. Il ritorno a un mondo nuovo

Con l’abbassamento della curva dei contagi e l’aumento delle persone vaccinate, il ritorno alla normalità sembra vicino, o per lo meno sentiamo di poterlo pensare o immaginare. Ma mentre siamo immersi nelle nostre fantasie, pensando alla destinazione del nostro prossimo viaggio, a come sarà tornare in ufficio con i colleghi o uscire con i nostri amici o parenti (magari di sera, fino oltre le 22!), potremmo iniziare a sentire delle emozioni che difficilmente ci saremmo aspettati di provare proprio ora, proprio adesso che finalmente sembra essere arrivata la fine di questo momento durato oltre più di anno.

Ecco che allora ci troviamo (di nuovo) a fare i conti con ansia, stress, paura e nervosismo. In un primo momento potremmo non  capire l’origine di queste emozioni, e magari sentirci ancora più in ansia e confusi, perché, in fondo, sta succedendo proprio quello che abbiamo aspettato e desiderato così a lungo. In realtà è importante ricordare che non stiamo tornando verso il nostro passato, verso qualcosa che conosciamo, ma stiamo andando verso una nuova normalità.

L’ansia di un futuro incerto

Non è stata una sorpresa, durante le varie ondate della pandemia, assistere ad un aumento di ansia, depressione, stress e rabbia. La disoccupazione, la perdita di persone care, la chiusura di scuole e degli uffici, l’altro che, senza neppure saperlo, è diventato la nostra più grande minaccia perché portatore di un pericoloso virus. Anche solamente una di queste esperienze ha rappresentato per migliaia di persone un vera e propria esperienza traumatica

Allo stesso tempo, per molte altre, queste stesse esperienze sono state la chiave d’accesso a un modo di vivere nuovo, più intimo, più lento. Molti di noi hanno sviluppato nuove routine e nuovi modi di essere e hanno persino attraversato cambiamenti di priorità e significato nella vita e usciranno da questa esperienza come una persona diversa rispetto a quella che vi era entrata. 

Ma queste routine e queste abitudini come si inseriranno nella nuova normalità? Come integreremo queste nuove versioni di noi in un futuro altrettanto nuovo? Spesso la nostra mente corre in avanti: pensiamo a cosa fare domani, tra una settimana, mesi o anni. Pianificare ci aiuta a costruire una sensazione di efficacia sul futuro, a gestire la paura di ciò che potrà o non potrà accadere. 

Ciascuno di noi, in base alla sua storia di vita, può avere dentro di sé un senso del possibile, di fiducia o meno. Quando apriamo la porta di casa, lasciamo il nostro “posto sicuro”. A volte ci sentiamo sufficientemente tranquilli: abbiamo fiducia in noi e nelle nostre capacità di confrontarci con ciò che incontreremo nel mondo là fuori; a volte possiamo sentirci spaventati, fragili, impreparati perchè il bisogno di prevedere cosa accadrà domani non trova risposta. Senza un futuro (in linea di massima) prevedibile e la possibilità di creare dei piani a lungo termine, non possiamo prepararci a ciò che verrà e, a volte, questo può spaventarci e farci provare ansia e nervosismo e paura. La pandemia ci ha mostrato a muso duro che il domani è ignoto e non lo possiamo controllare e anche se ora sentiamo di essere arrivati al giro di boa, in fondo sappiamo che non stiamo tornando verso la riva da cui eravamo partiti, ma ci stiamo avvicinando a qualcosa di familiare, ma in fondo, diverso. E ci troviamo di nuovo davanti all’ignoto. E di nuovo con l’ansia, lo stress, la paura e il nervosismo. Quindi, avere un certo timore per quello che verrà, anche nella consapevolezza che dovrebbe essere meglio di ciò che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle, è del tutto normale. 

L’abilità di riadattarsi

Come esseri umani, la nostra più grande risorsa è la capacità di adattarci e riadattarci ai continui cambiamenti che incontriamo nel corso della vita (la famosa resilienza!). Per costruire una “nuova normalità” abbiamo bisogno di un periodo di transizione da quella vecchia e ed è proprio in questa fase che è possibile emergano preoccupazioni e ansie. È quindi importante, mentre attraversiamo questo nuovo cambiamento, prestare attenzione a come ci sentiamo. Addentrarsi nella novità attiva un certo fisiologico livello di ansia, che di solito diminuisce a mano mano che esploriamo e che l’ignoto si trasforma in noto. Tuttavia, a volte, può succedere di perdersi un po’ per strada e possono capitare che queste emozioni rimangano a un livello troppo alto per troppo tempo. Se sentiamo che l’ansia (o la paura o il nervosismo o la tristezza) è eccessiva e che sta influenzando il nostro umore, i rapporti con la nostra famiglia o con i nostri amici e il nostro modo di essere, allora potrebbe essere arrivato il momento di parlarne con un professionista della salute mentale.

Il peso di stare bene con se stessi

Scorrendo le pagine dei social, può capitare di incontrare frasi come: “non lasciare che la tua mente bullizzi il tuo corpo”, “guarda il lato positivo!”, “la felicità è una scelta, scegli di essere felice!”. Queste frasi hanno l’obiettivo di aiutare le persone che stanno vivendo un momento difficile per incoraggiarle a cambiare la loro prospettiva e sentirsi meglio. Tuttavia, specialmente nei casi in cui la sofferenza affonda le radici in insicurezze e critiche che le persone muovono verso se stessi, leggere o sentire queste frasi dalle persone che ci stanno attorno difficilmente riescono a farci sentire meglio perché, a prescindere a quanto sembrino sensate e realistiche (“di cosa ti lamenti? in fondo hai tante cose bellissime nella tua vita”, “guarda quanto sei di successo e cosa hai realizzato”, “Come fai a non vedere che sei bellissima?”) non riescono a scalfire la superficie delle nostre convinzioni. 

L’idea che si possa essere felici o lasciar andare le proprie insicurezze semplicemente scegliendo di farlo è un approccio al benessere mentale vede le sue origini nella “psicologia positiva” (Maslow, 1954) con l’obiettivo di concentrare l’interesse della ricerca psicologica non solo sugli aspetti negativi, come i disturbi e le psicopatologie, ma anche sulle aspirazioni, sulle potenzialità e sul raggiungimento di obiettivi positivi. Oltre mezzo secolo più tardi, l’adattamento della psicologia positiva ai tempi dei social network ha facilitato la sua diffusione nella cultura popolare e la sua integrazione in diversi contesti sociali e lavorativi (alcuni esempi di Eidelson, 2011; Desmond, 2016). Tuttavia, per adattarsi a un formato più accessibile, la psicologia positiva ha assunto un tono differente, un messaggio più semplicistico rispetto alle sue origini basato sul “pensiero positivo”. Anche se i presupposti sono simili ed entrambi gli approcci si basano sul concetto che pensare positivamente porti a conseguenze positive, una fondamentale differenza distingue questi due approcci. Lo scopo della psicologia positiva è descrittivo e non normativo. Ciò significa che l’obiettivo non è di dire alle persone di essere ottimiste, ma solo di descrivere gli effetti portati da un pensiero ottimistico (Seligman, 2002). Diversamente, il pensiero positivo si pone come un distillato che ha l’obiettivo di istruire le persone a “pensare positivo”, rischiando di trasmettere, invece, il messaggio che essere ottimisti sia un obbligo.

Nonostante pensare positivo e concentrarsi sulle risorse possa aiutare alcune persone a cambiare prospettiva e aiutarli a superare momenti di difficoltà, l’esortazione a scegliere di pensare positivo si pone come uno standard da raggiungere, legato al fatto che essendo una cosa che si può raggiungere in autonomia, non riuscire a raggiungerlo significa non riuscire a ottenere un risultato che chiunque altro riuscirebbe a raggiungere e alimentare sentimenti di fallimento e colpa per non essere “abbastanza felici” o “abbastanza sereni”. 

Per meglio comprendere in che modo proporre un approccio “positivo” possa essere dannoso può essere utile il concetto della “seconda freccia” (Confalonieri, 1995). Questa espressione deriva da una metafora della tradizione buddhista per cui un uomo che soffre per qualcosa che gli è accaduto è simile a un uomo colpito da una freccia. Gli esseri umani sono programmati per cercare spiegazioni agli eventi che gli accadono. Spesso, quando succedono eventi negativi , alcune persone si focalizzano sulle proprie responsabilità, anche quando queste non sono che un anello della catena di eventi che ha portato a un evento negativo. Frasi come “qualcosa non va in me”, “è colpa mia”, “sono un fallimento”, “non sono abbastanza bravo” finiscono per restare incastrate nella nostra testa e provocare sofferenza aggiuntiva che finisce per ferire come se fossimo colpiti da una seconda freccia. Mentre la prima freccia è la sofferenza, la seconda è il peso della nostra reazione ad essa. Messaggi di questo tipo, specialmente se presentati in modo semplicistico, rischiano di fare più danni che benefici. Il rischio è che situazioni complesse vengano ridotte a semplici scelte in cui stare bene sembri facile come accendere o spegnere la luce, mentre così non è.

Questo fenomeno, definito come la “tirannia dell’attitudine positiva” dalla professoressa Barbara Held del Bowdoin College (2004). All’interno della nostra cultura c’è poca tolleranza per coloro che non “sorridono” e non “guardano il lato positivo” di fronte alle avversità. Anche di fronte a gravi perdite o sofferenze, ci si aspetta che le persone superino la loro sofferenza in settimane, se non meno. Questo perché la sofferenza non viene accolta come legittima e, conseguentemente, viene colpevolizzata la scarsa “gratitudine” per ciò che di positivo c’è nella nostra vita. Delle due frecce sopra descritte, spesso, è la seconda che fa più danni.

Di conseguenza, per gli individui che percepiscono le emozioni come facilmente influenzabili e modificabili, provare emozioni negative può indurre sensi di colpa legati alla responsabilità per come essi si sentono (Kneeland et. al, 2016). Questo effetto ha un peso ancora maggiore quando si ha a che fare con le aspettative altrui (Bastian et al., 2012). In altre parole, quando gli individui sentono che gli altri si aspettino da loro che non sopportino le emozioni negative, finiscono per provarne di più. Ciò può accadere specialmente per quelle persone che, a causa del loro ruolo o dell’immagine che presentiamo solitamente a chi gli sta intorno, si presentano come sempre allegri, positivi e resilienti. Quando persone che hanno, magari non per loro scelta, questo ruolo in un gruppo o in una relazione, si trovano ad affrontare eventi negativi che inducono emozioni negative, possono sentire il peso di dover rispettare quelle aspettative e di dover mantenere il loro ruolo di persone forti, allegre e affidabili.

Le persone che, a causa del loro lavoro, specialmente se di successo, o di loro abilità e talenti, sono esposti al giudizio degli altri hanno un rischio particolare di soffrire del peso di queste aspettative. Il successo, infatti, porta con sé un grande carico di responsabilità. Alcune persone particolarmente sensibili all’impatto del giudizio altrui possono vivere ogni loro successo come un vincolo che “alza l’asticella” del loro lavoro: “se oggi sono riuscito a essere così bravo, domani dovrò essere almeno allo stesso livello”. Allo stesso modo, la loro valutazione dei feedback che ricevono da chi hanno intorno avrà un peso variabile in base al fatto che essa sia positiva o negativa: se nel valutare il mio lavoro mi vengono presentati numerosi aspetti positivi legati alla mia performance, ma alcuni aspetti negativi, la mia attenzione sarà rivolta solo verso i commenti negativi che rinforzeranno la mia credenza secondo cui “mi dicono che sono bravo, ma in realtà non è vero; se fossi davvero bravo avrei fatto tutto perfettamente/piacerei a tutti”.

Ma come mai è così difficile abbandonare le nostre percezioni negative e accogliere i feedback positivi dagli altri? In realtà, la ricerca mostra come la percezione negativa di noi abbia lo scopo di migliorare le nostre possibilità di raggiungere i nostri obiettivi. Forzare persone a ripetersi frasi positive come “sono una persona amabile” può alimentare la loro insicurezza (Wood, 2009). Ugualmente, quando si cerca di raggiungere un obiettivo, “visualizzare il successo”, in determinate condizioni, può rendere le persone meno in grado di raggiungere quel risultato (Oettingen, 2017). Quando le persone riconoscono e gestiscono (non reprimono) le emozioni negative legate a eventi o condizioni spiacevoli che stanno affrontando gli stati negativi li aiutano ad adattare il loro comportamento e a mettere in campo risposte appropriate che migliorano, globalmente il loro benessere psicologico (Coifman et al., 2016).

In conclusione, stare bene con se stessi non sempre è la soluzione per superare i problemi. Nonostante essere più “felici” o “sereni” con noi stessi sia un desiderio auspicabile, non sempre concentrare i propri sforzi nel modificare la propria percezione porta a risultati migliori. Essere tristi, spaventati o preoccupati sono parti integrante di “noi stessi” e sono vissuti spontanei che hanno uno scopo, per quanto non piacevole. Incoraggiare gli altri a “provare” altre emozioni o “sentirsi diversamente” e guardare il “lato positivo” ha un costo, specialmente quando diventa una richiesta dall’esterno e produce un alto standard da mantenere. Pensate di avere davanti a voi il cruscotto della vostra auto con una o due spie di allarme accese. Per amor di metafora, consideriamo le emozioni e le percezioni, soprattutto quelle spiacevoli, come spie che segnalano che c’è qualcosa che non va. L’approccio aprioristico del pensiero positivo a prescindere dal contesto, in questa similitudine, equivarrebbe alla scelta di guardare il paesaggio invece che il cruscotto, che in fondo è più piacevole, tanto che, in fondo, non c’è bisogno di lamentarsi.

Riferimenti bibliografici

Bastian, B., Kuppens, P., Hornsey, M. J., Park, J., Koval, P., & Uchida, Y. (2012). Feeling bad about being sad: The role of social expectancies in amplifying negative mood. Emotion, 12(1), 69.

Coifman, K. G., Flynn, J. J., & Pinto, L. A. (2016). When context matters: Negative emotions predict psychological health and adjustment. Motivation and Emotion, 40(4), 602-624.

Confalonieri, P. (1995). La saggezza che libera: la pratica della meditazione nei discorsi del Buddha. Mondadori.

Desmons, B. (2016). https://positivepsychology.com/positive-psychology-workplace-labor-of-love/

Eidelson, R. (2011). https://www.psychologytoday.com/intl/blog/dangerous-ideas/201103/the-dark-side-comprehensive-soldier-fitness

Held, B. S. (2004). The negative side of positive psychology. Journal of humanistic psychology, 44(1), 9-46.

Kneeland, E. T., Nolen-Hoeksema, S., Dovidio, J. F., & Gruber, J. (2016). Beliefs about emotion’s malleability influence state emotion regulation. Motivation and Emotion, 40(5), 740-749.

Maslow, A. H. (2010). Motivazione e personalità. Armando editore.

Oettingen G. (2017), Io non penso positivo, Tlon

Seligman, M. E. (2002). Positive psychology, positive prevention, and positive therapy. Handbook of positive psychology, 2(2002), 3-12.

Wood, J. V., Elaine Perunovic, W. Q., & Lee, J. W. (2009). Positive self-statements: Power for some, peril for others. Psychological Science, 20(7), 860-866.

I traumi dei genitori possono avere un impatto sui figli?

Siamo abituati a pensare che i traumi abbiano un impatto esclusivamente su chi li sperimenta, sul loro benessere e sulla loro sfera emotiva, senza che questo abbia un impatto sui ruoli che ogni giorno ricopriamo nella nostra vita. (Per un approfondimento sul tema del trauma https://progettoduos.com/2017/12/06/un-passato-che-ritorna-il-trauma-e-il-suo-trattamento/)

Proprio a causa dell’influenza che queste esperienze particolarmente stressanti e spiacevoli esercitano su diversi aspetti del nostro funzionamento, diversi autori hanno approfondito l’impatto dei traumi su una funzione importante e delicata, quella genitoriale. 

Cosa si intende con funzione genitoriale? 

Possiamo definirla come una serie di comportamenti orientati all’accudimento fisico e psicologico del bambino, fondati sull’importante investimento emotivo nella relazione con lui, che rende il genitore in grado di rispondere ai suoi bisogni in base alla fase dello sviluppo in cui si trova. 

Essere genitore riguarda quindi non solo la cura in senso pratico del proprio bambino, ma implica un accudimento emotivo e psicologico, che andrà a porre le basi per il suo benessere e il suo equilibrio futuro. Alla luce di questa importante funzione psicologica svolta dal genitore, è possibile comprendere quanto le esperienze emotivamente stressanti e traumatiche giochino un ruolo nelle modalità di cura nei confronti del proprio figlio. 

In che modo un’esperienza traumatica può influenzare la funzione genitoriale?

Nel momento in cui si è esposti ad un evento traumatico si ha la sensazione di non avere il controllo su quanto accade. Le risposte psicologiche sviluppate di fronte a questo tipo di vissuto determinano un’attivazione fisiologica, che può essere adeguatamente integrata all’interno della propria memoria solo se c’è la possibilità di elaborare quanto accaduto.

Poter raccontare e condividere l’esperienza vissuta, sentire riconosciuto il proprio bisogno di aiuto e avere la sensazione di essere compresi e accettati sono fattori che sostengono il processo di elaborazione del trauma. Quando questo non avviene il ricordo dell’esperienza rimane “bloccato” ed influenza l’individuo anche dopo molto tempo dall’evento traumatico, facendo sentire il pericolo di quella esperienze ancora vivo e presente. 

È proprio in base alle esperienze che abbiamo vissuto che impariamo ad attribuire significato alla realtà e al mondo esterno. Laddove vi sia un trauma irrisolto è possibile che la persona attribuisca significato a quanto accade in base all’elevato grado di pericolo percepito e al timore che quanto di spiacevole accaduto in passato si ripresenti nuovamente. 

Per quanto riguarda il ruolo genitoriale, la persona tenderà a ritenere pericoloso ciò che è stato per lui spaventoso e traumatico in passato, portandolo a proteggere il figlio da esperienze che ritiene a rischio. Le aspettative legate ai vissuti post-traumatici sono però falsate e non coerenti con la realtà esterna e la relazione con il bambino. Questo porta il genitore a mettere in atto comportamenti di cura guidati da eccessiva paura rispetto a specifici elementi del mondo esterno. 

Può così accadere, ad esempio, che un genitore che abbia vissuto la perdita di un familiare a lui vicino a seguito di un incidente sia particolarmente angosciato che accada qualcosa di spiacevole al proprio bambino e che questo lo porti ad un’importante limitazione della sua autonomia e delle libertà. L’obiettivo del genitore sarà di garantire la sicurezza del piccolo, ma questo può avere un’influenza sullo sviluppo dell’autonomia, sull’evoluzione dell’autostima e sulla possibilità di esplorare del bambino.

Qual è il rischio per il bambino?

Una preoccupazione genitoriale non coerente con quanto sta accadendo in quello specifico momento e vincolata al trauma passato rischia di essere spaventosa per il bambino. Il piccolo si sentirà confuso, diviso tra le informazioni che gli derivano dall’ambiente esterno e gli elementi di pericolo comunicati dell’angoscia del genitore e dei quali non trova riscontro nella realtà. A seconda delle caratteristiche del bambino e della numerosità di questi eventi disorganizzanti, il piccolo potrebbe reagire con ansia, timore, paura o al contrario con iperattivazione e rabbia. Questa modalità genitoriale può quindi avere un impatto sul benessere del figlio non solo in infanzia, ma anche a medio-lungo termine.

Come è possibile prevenire l’effetto dei traumi sulla genitorialità? 

Riconoscere di aver vissuto un’esperienza traumatica non è sempre facile. È però importante raggiungere la consapevolezza che alcune esperienze siano state difficili e altamente stressanti, permettendosi di riconoscere che non è stato possibile essere adeguatamente supportati nel corso dell’elaborazione del trauma. 

Questa consapevolezza permette di mantenere un autocontrollo sui comportamenti di protezione dei figli laddove questi richiamino proprio la spiacevole esperienza vissuta.

È possibile inoltre rivolgersi ad un professionista, così da poter ricevere il giusto supporto nel ruolo genitoriale, nella comprensione dell’esperienza traumatica e nel processo di elaborazione.

Chi sono io? Adolescenza, cambiamento, fattori di rischio.

A cura della Dott.ssa Laura Romagnoni e Dott.ssa Maria Cristina Frassanito

Si parla spesso di crisi adolescenziale, di problematiche che emergono in questa delicata fase della vita, di difficoltà scolastiche, comportamentali, emotive e così via.

Ma quali sono le basi su cui questi disagi si fondano? Cosa caratterizza questo momento del ciclo evolutivo e lo rende così sensibile?

La pubertà:

Con il termine pubertà si intende la gamma di cambiamenti fisici, che avvengono a partire circa dagli 11 anni, determinando l’uscita dall’infanzia e l’avvio del percorso verso l’età adolescenziale. Si parla di pubertà precoce nei casi in cui questo processo avvenga attorno agli 8 o 9 anni.

Ciò che accade è una trasformazione interna all’organismo e delle caratteristiche fisiche osservabili dall’esterno:

  • Il sistema ormonale ed endocrino si modifica e determina il susseguirsi dei diversi eventi puberali
  • Il sistema circolatorio e quello respiratorio crescono, sostenendo lo sviluppo di maggiore forza e resistenza rispetto all’età infantile
  • Si osserva lo spurt puberale, ovvero l’accelerazione improvvisa nella crescita dello scheletro, seguita da un arresto, che determina l’accrescimento dell’altezza
  • Vi è un aumento e redistribuzione del grasso corporeo e dei muscoli, che implicano una nuova forma fisica, più simile a quella adulta
  • Si osserva infine la maturazione degli organi riproduttivi e dei caratteri sessuali principali e secondari.

I tempi necessari a questi cambiamenti, che si manifestano in modo graduale e continuativo, differiscono a livello individuale e tra individui appartenenti allo stesso genere sessuale.

 

La preadolescenza:

Le forme del corpo cambiano, i primi brufoli compaiono sul viso, i peli crescono senza preavviso: tutti ricordiamo la sensazione di spaesamento, i dubbi riguardo a ciò che sta accadendo e a come si potrebbe essere in futuro, il tempo trascorso davanti allo specchio domandandosi “cosa penseranno gli altri di me?”. Questo significa che abbiamo vissuto la preadolescenza, ovvero il periodo “ponte” di trasformazione psicologica, relazionale e sociale determinato ed inevitabilmente intrecciato alla precedente pubertà ed alla futura adolescenza. I cambiamenti fisici sono infatti eventi significativi ed emotivamente intensi, che investono diverse aree del funzionamento psicologico di ognuno. Dal punto di vista individuale hanno una ricaduta sulla percezione di sé, sulla propria identità, sull’autostima. Riguardo l’area relazionale, hanno una rilevanza in termini di popolarità, di status sociale, di ruolo nel gruppo dei pari e sul modo in cui il ragazzo si pone nei confronti degli altri.

Se lungo l’intero arco di vita  la sfera emozionale affettiva riveste notevole importanza, in particolar modo in questa fase di sviluppo essa diviene maggiormente rilevante. E’ in tale periodo infatti che l’individuo si prepara a sperimentare  le “giuste distanze” dal nucleo familiare in cui è cresciuto e all’interno del quale si è formato, per dare luce a ciò che sarà il suo divenire nel mondo esterno. Il ragazzo si predispone ad osservare ed apprendere ciò che troverà nella sua quotidianità, al di fuori delle mura domestiche, al fine di delineare e definire il suo mondo interno e poter entrare in relazione con ciò che lo circonda.

I preadolescenti iniziano a definire le proprie scelte di vita in ambito sociale e personale e per tale motivo è molto importante che essi abbiano cognizione della propria emotività, imparino ad autoregolarsi e siano in grado conoscere ed interagire con l’altrui mondo emotivo, al fine di sentirsi preparati e liberi nelle relazioni interpersonali sia intime che sociali, riconoscendo anche i casi in cui le circostanze possano rappresentare una minaccia per sé e gli altri.

 

Adolescenza:

La letteratura scientifica è ricca di produzioni riguardo questa fase del ciclo di vita e diversi studiosi concordano nel ritenere che essa comporti una serie di compiti evolutivi specifici che il ragazzo si trova ad affrontare e a dover superare per poter attraversare con successo la transizione dall’infanzia all’adolescenza.

In primo luogo si è rivelata centrale la capacità di ristrutturare la percezione della propria identità corporea perturbata, come abbiamo detto precedentemente, dalla pubertà. Ne consegue un secondo compito, legato allo sviluppo e al consolidamento delle condotte legate alla sfera della sessualità, tale per cui l’adolescente sperimenta una naturale spinta evolutiva di tipo esplorativo, dettata da fattori ormonali e psicologici. Tali trasformazioni sostengono il terzo compito evolutivo dell’adolescente, che investe sulla propria autonomia e sull’apertura verso la società e il mondo dei pari, con i quali inizierà a confrontarsi e rispecchiarsi, avendo già iniziato, nella fase di sviluppo precedente, a sperimentare la separazione dalla protezione del nucleo familiare.

adolescenza 2

 

Fattori di rischio tipici dell’adolescenza:

I fattori di rischio riguardano le caratteristiche personali e ambientali che possono facilitare l’attuazione di comportamenti pericolosi o l’insorgenza di particolari difficoltà nell’adolescente e comprendono diverse aree di vita:

  • Fattori famigliari: la famiglia può essere disordinata, senza confini precisi, aggressiva e violenta, invalidante, eccessivamente intrusiva o, al contrario, trascurante.
  • Fattori individuali: possono essere legati a problemi nelle precedenti fasi di vita, che hanno comportato difficoltà nello sviluppo di abilità sociali adeguate, di un sufficiente livello di autostima, di efficaci abilità di coping e problem solving.
  • Fattori contestuali: fragilità socio culturale, importanti difficoltà economiche, isolamento sociale, vicinanza a gruppi devianti

E’ importante sottolineare quanto un unico fattore di rischio non possa condurre all’insorgenza di problematiche specifiche, ma sia da considerare come una variabile che può potrebbe intrecciarsi ad altre, esponendo il ragazzo a un maggiore rischio.

Inoltre l’adolescente porta con sé anche un bagaglio contrapposto costituito dai fattori di protezione, che fungono da variabili preventive e risorse sulle quali è importante puntare per sostenere adeguatamente il ragazzo.

Alla luce di quanto esposto risulta essere fondamentale che i ragazzi ricevano un’educazione scolastica che possa basarsi sul potenziamento delle capacità cognitive e delle abilità appartenenti alla sfera emotiva, affettiva e socio-relazionale cosicché essi possano avere un “bagaglio di strumenti indispensabili” per realizzarsi come individui adulti, capaci di orientarsi e compiere le proprie scelte nel rispetto reciproco.

 

Conclusione:

Possiamo ora comprendere quale sia la complessità di questa fase del ciclo di vita, la portata emotiva dei cambiamenti psicofisici e delle sfide che l’adolescente incontra sul proprio cammino in seguito alla pubertà. Potremmo dire che sia un momento in cui “i nodi vengono al pettine”: difficoltà non considerate nel corso delle fasi precedenti possono ora emergere con maggiore forza, scontrandosi con i compiti evolutivi tipici dell’adolescenza e i cambiamenti sottostanti.

Questo non comporta il fatto che essa venga vista come una fase vulnerabile di cui avere timore, in quanto potrebbe essere invece un’occasione in cui valorizzare i fattori protettivi, rinforzando la creatività e i nuovi spunti che i cambiamenti portano con sé.

Proprio per l’importanza che la famiglia ricopre nello sviluppo dell’adolescente, verrà pubblicato un secondo articolo di approfondimento sulla famiglia come fattore protettivo e sul positivo ruolo dei genitori.