La mente addormentata: i sogni e il loro significato

Chi più chi meno, tutti abbiamo provato a sognare durante l’addormentamento. 

Alcuni fanno sogni ripetuti, alcuni fanno sogni in bianco e nero e altri a colori. Esistono sogni realistici, bizzarri e confusi. Alcuni ricordano e altri fanno più fatica a rievocare durante la veglia i sogni. Se siete interessati ai vostri sogni, cercate di allenarvi a ricordarli durante il giorno

In qualsiasi modo siano i vostri sogni, è interessante pensare che essi dicono sempre qualcosa di noi: siamo infatti sempre noi i registi della nostra attività onirica. 

Il linguaggio dei sogni è però più complicato da leggere, non avvalendosi della mente logica e razionale che conosciamo e usiamo durante il giorno, ma utilizzando anzi più spesso emozioni, simboli e linguaggio allegorico e associativo. 

Secondo Freud (1900), per il quale i sogni rappresentavano la strada maestra per accedere all’inconscio, quando componiamo la scenografia dei nostri sogni, i personaggi e tutto il resto, possiamo attingere da stimoli del mondo esterno, da esperienze soggettive, da stimoli organici e somatici che sentiamo nel corpo e da altre attività mentali durante il sonno. 

L’evidenza empirica oggi ha supportato alcune di queste componenti. Lo sviluppo del concetto di “residuo diurno” nella teoria e nella terapia psicoanalitica ha infatti dimostrato che gli eventi vissuti nel giorno precedente possono essere identificati nei contenuti dei sogni, se attentamente esaminati. Sebbene la prevalenza dei ricordi episodici (ricordi specifici di esperienze vissute) nei resoconti onirici sia tuttora oggetto di dibattito, è ormai generalmente accettato il concetto che le esperienze della veglia siano la principale fonte di immagini oniriche.

Il contenuto emotivo ed il vissuto del regista sognatore sono parimenti fondamentali ed interessanti. Alcuni sogni che a molti possono essere capitati possono essere il restare paralizzati o intrappolati, essere nudi in pubblico o trovarsi in mezzo a recite ed esami. Spesso questi sono associati ad un vissuto emotivo sgradevole, doloroso o angosciante. Tradizionalmente a questi sogni viene attribuito il significato rispettivamente di sensazione di impotenza, paura di essere esposti al giudizio esterno e all’ansia da prestazione o alla paura di un possibile fallimento. Mentre il linguaggio della logica è di difficile applicazione al contenuto onirico, le emozioni e l’esperienza soggettiva che sono associate ai sogni non mentono mai.. 

Come cambiano i sogni nel corso della vita?

Ebbene sì, non sogniamo sempre nello stesso modo nel corso della nostra vita. Secondo Piaget e Foulkes, circa fino ai 5 anni, le scene oniriche sono prevalentemente statiche, non ci sono personaggi in movimento o interazione sociale, ed il sognatore non è un personaggio attivo e presente nella sceneggiatura dei sogni. Tra i 5 e i 7 anni, i sogni diventano più lunghi, i personaggi cominciano ad entrare in interazione reciproca e ci sono alcune sensazioni fisiche familiari. Verso gli 8 anni, il sognatore diventa protagonista, le possibili scene si arricchiscono di dettagli e possibilità ed entrano nei sogni dettagli autobiografici. Dai 9-10 anni in poi, nei sogni si trova una rappresentazione di sé come personaggio principale. 

E gli incubi o i sogni con contenuti sgradevoli?

Fin dagli albori della civiltà, il rapporto tra sogno e paura è stato a lungo descritto in culture diverse. Sebbene le culture antiche e alcune culture contemporanee interpretino i sogni come consigli divini, i dati principali delle neuroscienze oggi indicano un meccanismo di memoria che metabolizza le emozioni negative e fa una simulazione delle minacce per preparare gli individui alle sfide e alla difficoltà. Gli incubi sono estremamente frequenti prima dei 6 anni, ma restano un evento non raro per tutto il resto della nostra carriera di sognatori. 

I sogni ricorrenti raffiguranti situazioni minacciose si sono però anche rivelati un segno importante nella diagnosi del disturbo da stress post-traumatico. Gli incubi post-traumatici sono descritti fino al 70% delle persone che soffrono di disturbo da stress post-traumatico e circa il 50% dei sogni post-traumatici rappresenta repliche esatte degli eventi traumatici. Le descrizioni dei sogni raccolti dai newyorkesi dopo gli attacchi dell’11 settembre includevano spesso episodi in cui erano stati travolti da un’onda anomala o attaccati e derubati. I sogni durante la pandemia riflettevano la paura del contagio, dei cambiamenti di isolamento sociale e la sofferenza mentale associata al COVID-19. 

Quindi cosa fare dei nostri sogni?

Se siete interessati al vostro contenuto da registi onirici, potete:

  • Tenere un diario dei sogni e diventare osservatori dei vostri sogni 
  • Quando ricordate un sogno, provate a ripercorrerne il vissuto emotivo e a capire se e come cambia durante il sogno e se vi ricorda qualcosa che è successo durante il giorno (dentro la vostra mente o come evento esterno)
  • Quando ricordate un sogno, provate a cercare di capire cosa avete pensato durante il sogno (sì, pensiamo anche durante i sogni molto spesso)
  • Osservare se avete avuto sogni ripetuti a contenuto traumatico e stressante, e valutare di parlarne con un professionista per cercare di capire cosa vi segnalano 

Mota NB, Weissheimer J, Ribeiro M, de Paiva M, Avilla-Souza J, Simabucuru G, Chaves MF, Cecchi L, Cirne J, Cecchi G, Rodrigues C, Copelli M, Ribeiro S. Dreaming during the Covid-19 pandemic: Computational assessment of dream reports reveals mental suffering related to fear of contagion. PLoS One. 2020 Nov 30;15(11):e0242903. doi: 10.1371/journal.pone.0242903. 

Sandman N, Valli K, Kronholm E, Ollila HM, Revonsuo A, Laatikainen T, et al. Nightmares: Prevalence among the finnish general adult population and war veterans during 1972–2007. Sleep. 2013;36: 1041–1050. pmid:23814341

Stephen W, Lockley RG, Foster SW. Sleep: a Very Short Introduction. ISBN 978-0-19958-785-8. Oxford: OUP Oxford; 2012.

Valli K, Revonsuo A, Pälkäs O, Ismail KH, Ali KJ, Punamäki RL. The threat simulation theory of the evolutionary function of dreaming: Evidence from dreams of traumatized children. Conscious Cogn. 2005;14: 188–218. 

Wittmann L, Schredl M, Kramer M. Dreaming in posttraumatic stress disorder: A critical review of phenomenology, psychophysiology and treatment. Psychother Psychosom. 2007;76(1):25-39. doi: 10.1159/000096362. 

La palestra del sonno

Con una durata che varia dalle 6 alle 10 ore a notte, il sonno è l’attività a cui dedichiamo circa il 33% del nostro tempo settimanale.. ed il 33% circa della nostra vita.

Secondo la National Sleep Foundation, sono consigliate 14–17 ore per i neonati, 9–11 ore per i bambini in età scolare, 8–10 ore per gli adolescenti, 7–9 ore per i giovani adulti e gli adulti e 7–8 ore di sonno per gli anziani.

Il sonno rappresenta uno stato di alterazione e/o sospensione totale della coscienza, della volontà e la riduzione di alcune attività funzionali come il tono muscolare, il metabolismo energetico e i parametri cardiocircolatori. Il sonno rappresenta insomma un periodo di riposo psichico e fisico sia per gli esseri umani che per gli animali.

Il sonno gioca un ruolo fondamentale sia nella salute generale che in quella mentale. Sonno e benessere psicologico mentale sono infatti profondamente legati a livello neurobiologico. Una riduzione della durata del sonno o della sua qualità può infatti avere un impatto negativo sulla salute mentale e, specularmente, in molti disturbi di salute mentale sono presenti alterazioni del sonno. La relazione causale tra sonno alterato e diminuzione del benessere mentale è inoltre evidenziata dal fatto che i miglioramenti nel sonno si traducono in miglioramenti nella salute mentale come depressione, ansia, ruminazione e stress. È quindi importante prendersi cura del nostro bisogno di sonno.

Nell’arco dei mesi, degli anni e della vita, il nostro rapporto col sonno cambia in modo fluido. Probabilmente abbiamo tutti sperimentato almeno un periodo di alterazione del sonno, che ci ha resi stanchi, forse più nervosi.. e più bisognosi di dormire.

Il modo in cui ci rapportiamo con il sonno, può essere visto anche come una piccola finestra da cui osservare il nostro rapporto coi bisogni di base, un po’ come potremmo fare per il nostro rapporto con il cibo. 

Come ci fa sentire la necessità di dormire? E il rinunciare ad essere attivi, per cadere invece in uno stato di sonno e di alterazione di coscienza? Come ci fa sentire far fatica a dormire o a restare addormentati? E nella nostra storia del sonno, che ha occupato circa il 33% della vita vissuta fino ad ora, in che momenti il nostro rapporto col sonno è cambiato? E come?

Qualsiasi siano le risposte, ci sono alcuni comportamenti che possono aiutare a sviluppare un rapporto più sereno con il sonno. Ne indichiamo qui sotto alcuni, che possono essere adottati alla lettera, personalizzati o usati come spunti di riflessione.

–   Essere curiosi: cosa vi piace o non vi piace del dormire? Esplorare i propri pensieri e sensazioni circa il sonno può essere interessante e può indicare su quali comportamenti soffermarci di più. Per esempio, potremmo accorgerci che troviamo piacevole e rilassante la sensazione del materasso che sostiene il peso del nostro corpo.

–      Creare una routine per l’addormentamento: i rituali possono essere comportamenti amici, che ci aiutano a segnalare al corpo che ci stiamo avvicinando alla fase di addormentamento. Si possono quindi individuare dei comportamenti che ‘segnalano’ l’avvicinarsi del momento in cui si va a dormire (il pigiama, lavare la faccia, bere una tisana).. e arricchire il rituale con elementi piacevoli. Potremmo per esempio accorgerci che troviamo alcuni profumi o alcuni tessuti piacevoli e rilassanti, oppure che il ticchettio dell’orologio non sia un nostro alleato. 

–      Non stare esposti a elementi stressanti prima dell’addormentamento: lo si sente spesso, ebbene sì, meglio evitare stimoli attivanti prima dell’addormentamento. Meglio prestare attenzione alle fonti luminose e ai tipi di contenuti che guardiamo su smartphone e social media. Meglio anche evitare lavori di concentrazione o particolarmente stressanti. Se succede di entrare in contatto con questi stimoli stressanti, il rituale di addormentamento può essere un alleato per riaccompagnarci sulla via del sonno

–     Avere cura di noi durante il giorno: la cura del sonno è un’espressione della cura di noi stessi. Questo significa sia inserire momenti di benessere e di autocura anche durante il giorno (per esempio un’attività sportiva o un hobby), sia investire su un atteggiamento gentile e osservatore verso noi stessi. Per esempio, ci sono alcuni pensieri da cui possiamo scappare, ma non possiamo nasconderci. Potremmo accorgerci che abbiamo pensieri, immagini e sentimenti spiacevoli da cui fuggiamo durante il giorno, che aspettano pazientemente di essere visti quando abbassiamo la guardia e ci avviciniamo al sonno. La cura per questi ospiti sgraditi e ostinati non risiede solo nel cercare di gestirli nella fase di chiusura della giornata. È possibile anche iniziare ad osservarli e conoscerli durante la giornata, per capire come ci fanno stare, come fluttuano e cambiano durante il giorno e come possiamo fare per lenirli e conviverci.   

Bibliografia

Hirshkowitz, M.; Whiton, K.; Albert, S.M.; Alessi, C.; Bruni, O.; DonCarlos, L.; Hazen, N.; Herman, J.; Katz, E.S.; KheirandishGozal, L.; et al. National Sleep Foundation’s Sleep Time Duration Recommendations: Methodology and Results Summary. Sleep Health 2015, 1, 40–43.

Scott, A.J.; Webb, T.L.; Martyn-St James, M.; Rowse, G.; Weich, S. Improving Sleep Quality Leads to Better Mental Health: A Meta-Analysis of Randomised Controlled Trials. Sleep Med. Rev. 2021, 60, 101556.

Cibo e affetti: la psicosomatica delle intolleranze alimentari

Un organismo manifesta un’intolleranza alimentare quando non riesce a digerire correttamente un alimento o una componente dello stesso; le intolleranze sono malfunzionamenti del nostro metabolismo e le distinguiamo dalle allergie proprio perché non viene coinvolto il sistema immunitario con la sintesi di anticorpi, ma portano alla presenza di uno stato infiammatorio diffuso

La sintomatologia generata è molto varia: la persona può soffrire di coliti, dolori addominali, meteorismo, cefalea, riniti e sinusiti, eczemi e pruriti. Lo stato infiammatorio nasce dall’accumulo prolungato nel tempo di sostanze non assimilabili dal nostro corpo e i vari sintomi hanno origine per lo più in un periodo di latenza dal contatto con la sostanza, che può variare tra le 24 e le 72h, mentre invece nel caso dell’allergia la reazione del sistema immunitario è immediata. Tra le più comuni abbiamo ad esempio l’intolleranza al lattosio, al glutine e al nichel.

Il nostro stato di salute fisica è connesso al nostro sistema di regolazione emotiva. Gli stimoli stressogeni contengono una componente soggettiva: ciò che ognuno chiama stress è mediato dalla nostra percezione, dalla nostra capacità di relazionarci con ciò che sentiamo e di regolarci, ovvero recuperare uno stato di calma. Qualora questo stato non sia recuperabile, dentro di noi si mantiene uno stato di arousal neurobiologico che coinvolge attività anomale del sistema endocrino e immunitario con conseguenti malfunzionamenti fisiologici, ad esempio stati infiammatori diffusi e prolungati, i quali alla lunga diventano sintomi e malattie

Il sistema di regolazione emotiva nel suo costituirsi è influenzato dalle relazioni primarie dell’infanzia: il bambino impara a distinguere e rispondere alle attivazioni viscerali degli stati fisiologici e affettivi all’interno della relazione con gli adulti, passando da uno stato percettivo disorganizzato a uno stato via via sempre più in grado di fare ordine e “pensare”. All’interno della relazione di accudimento, si sviluppa la nostra capacità di mentalizzare e organizzare il nostro stato interno o in alternativa la nostra vulnerabilità rispetto alle emozioni e a disturbi somatici. 

Nelle intolleranze il corpo racconta una difficoltà a carico del nostro metabolismo. Grazie a questo processo noi riusciamo a integrare nel corpo i nutrienti necessari per tenerci in vita e ad espellere gli scarti. In una prospettiva psicosomatica, quando il nostro intestino non riesce ad assimilare nè a scartare un alimento, potremmo chiederci se esistono anche altri “contenuti”, di natura affettiva, che non sono assimilabili e che in un certo senso restano dentro di noi a fermentare. L’intolleranza è conseguente a uno stato di consumo prolungato e ripetitivo che diventa intossicazione: potremmo esplorare come un comportamento ambivalente sia messo in atto dalla persona. In che modo desiderio e tossicità ritornano nel rapporto che il soggetto ha con il cibo e nelle relazioni?

Quando un sintomo bussa alla porta, è sempre necessario contestualizzarlo nella storia biografica della persona: cosa è accaduto in prossimità all’insorgenza temporale del sintomo? La tonalità affettiva degli eventi recenti sta in qualche modo richiamando ricordi ed emozioni sepolte nella sua  memoria implicita? Ad esempio se una giovane donna, poco dopo essere diventata madre, inizia a soffrire di un’intolleranza al lattosio, potremmo provare ad esplorare come l’esperienza della maternità e le emozioni connesse a questa abbiano attivato dentro di lei uno stato di arousal che nel corpo si rende visibile con l’intolleranza. 

Un percorso psicoterapeutico ad indirizzo psicosomatico aiuta a rileggere le connessioni tra il corpo e il mondo interiore della persona e lavorando sulla trasformazione del sistema di regolazione emotivo diventa anche un atto di cura e prevenzione rispetto alla salute fisica.

Bibliografia:

Baldoni F., La regolazione psicosomatica delle emozioni. Mentalizzazione e utilizzo di regolatori esterni. Pneireview, 2, 4-22 (2014)

Ciechanowki P., Walker E.A., Katon W.J., Russo J.E., Attachment theory: a model for health care utilization and somatization. Psychomatic Medicine, 64, 660-667 (2002)

Frigoli D., Fondamenti di psicoterapia ecobiopsicologica, Armando editore (2008)

Mauder R.G:, Hunter J.J., Attachement and psychosomatic medicine: developmental contributions to stress and disease. Psyhosomatic Medicine, 63, 556-567 (2001)

Maunder R.G., Hunter J.J., An integrated approach to the formulation and psychotherapy of medically unexplained symptoms: meaning and attachement-based intervetion. American Journal of Psychotherapy, 58, 17-33 (2004)

Schore A., La regolazione degli affetti e la riparazione del sè, Astrolabio Ubaldini (2008)

Allergie e psicosomatica: e se la Primavera fosse uno stato mentale?

Puntuale come sempre, anche quest’anno torna la Primavera: ovunque posiamo gli occhi iniziamo a vedere fiori che spuntano, foglie di un bel verde brillante, le ore giornaliere di luce aumentano e mentre alcuni di noi sorridono a questo risveglio della natura, altri iniziano a fare scorta di fazzoletti perchè sentono arrivare l’allergia. 

Cosa sono le allergie ? 

Da un punto di vista fisiologico le allergie sono risposte alterate del sistema immunitario nei confronti di uno o più sostanze, denominate allergeni, in grado di scatenare sintomatologie a carico della pelle (orticaria, ponfi), dell’apparato respiratorio (riniti e asma), dei nostri occhi (congiuntiviti) e dell’apparato gastroenterico (coliti). L’organismo di una persona allergica vive come potenzialmente pericolose determinate sostanze e di conseguenza attiva una difesa, la quale finisce però per metterlo al tappeto. 

Le allergie primaverili, connesse alla presenza dei pollini, coinvolgono soprattutto i distretti corporei delle alte vie aeree dell’apparato respiratorio: le mucose del naso iniziano ad infiammarsi per il contatto con l’allergene e segue un’abbondante secrezione acquosa, con l’esigenza di soffiare il naso di continuo fino all’occlusione delle narici, causando quello che viene chiamato rinite. Gli occhi poi si arrossano, prudono e lacrimano. 

Una prospettiva psicosomatica sull’apparato respiratorio

L’apparato respiratorio ha il compito di permettere lo scambio di ossigeno e anidride carbonica, essenziale alla nostra sopravvivenza e al nostro metabolismo. Potremmo dire che come la nostra vita corporea si basa sullo scambio e sulla relazione, così anche la nostra vita mentale ruota attorno al tema della relazione. Somatizzazioni che coinvolgono la fisiologia dell’apparato respiratorio, ci inducono a porre attenzione a come aspetti emotivi e psicologici siano coinvolti nell’origine e nel mantenimento di una patologia.

Corpo, emozioni e aspetti simbolici

La primavera è da sempre intesa come l’espressione del fluire delle energie vitali nel mondo, i pollini sono connessi ai momenti riproduttivi delle piante e nel caso in cui per alcuni diventino allergeni, per analogia potremmo andare a osservare il rapporto che un soggetto intrattiene con il tema della sessualità, sia nella sua espressione corporea sia in quella psichica, ovvero come vive la propria progettualità e i cambiamenti. 

Se la primavera fosse uno stato mentale ed emotivo, sarebbe quel senso di sicurezza e fiducia, di apertura e di contatto, di energia e di movimento verso qualcosa; dietro le riniti allergiche quali stati mentali ed emotivi potrebbero esserci, dal momento che mimano una sorta di pianto e attivano stati di difesa massicci contro un pericolo apparente? 

Il corpo durante gli episodi allergici attiva difese di evitamento; negli stati d’ansia accade la stessa cosa: una persona vive individualmente uno stimolo come potenzialmente pericoloso per sè, come nel caso di un allergene, e si attiva uno stato di arousal rispetto al quale vengono messi in campo strategie di difesa, tra cui ad esempio l’evitamento. Inoltre, durante gli episodi di rinite allergica il soggetto perde la possibilità di sentire i profumi e i sapori della natura che si risveglia, si isola a casa e si taglia fuori dalla danza della vita che muove la primavera. In campo psicologico i vissuti di stasi, di isolamento, di impotenza li chiamiamo depressione.  

La psicosomatica ci porta ad indagare la presenza di vissuti ansiosi e depressivi nel mondo emotivo interiore della persona. Quella specifica persona che ha allergie e una precisa storia di vita, come si muove all’interno delle sue relazioni? Potrebbe vivere stati depressivi o ansiosi rispetto al tema del rinnovamento, del cambiamento e della progettualità,  rievocati dal risveglio della natura primaverile?

Le modalità con cui un singolo soggetto vive le esperienze in cui è coinvolto, biologicamente e psicologicamente, sono legate alla sua storia di vita e a quei “modelli di relazione“, interiorizzati nelle esperienze infantili e ri-attivati automaticamente anche nelle situazioni attuali. Gli eventi di oggi possono toccare, vista un’affine tonalità affettiva, memorie implicite, vissuti emotivi “incarnati”  e porre una sfida trasformativa alla persona.  Come ha messo in evidenza Damasio, le emozioni prima di essere rappresentazioni mentali coscienti, sono attivazioni di circuiti neurali e risposte del corpo.

L’obiettivo della riflessione non è tanto quello di trovare un principio causale univoco o un’interpretazione della sintomatologia allergica, ma quello di portare nella stanza di terapia un’osservazione più ampia e un orecchio più teso in ascolto della patologia, da intendere in senso letterale come un discorso (-logia)  dei sentimenti (-pathos).

La prospettiva psicosomatica aiuta la formulazione di un campo di lavoro all’interno del quale si cerca di comprendere la storia di quel particolare corpo e di quella mente, il funzionamento relazionale di quella persona con la sfida di far arrivare la primavera, il cambiamento. 

Bibliografia:

Bachelard G., La poetica della rêverie, Dedalo editore, Bari, 2007

Damasio A.R., L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano, 1995

Frigoli D., Psicosomatica e simbolo. Saggi di ecobiopsicologia, Armando editore, 2010

Hillman J., Saggio su Pan, ed. Adelphi, Milano, 2015

Perché si tradisce? L’infedeltà, significato individuale e di coppia

Quando si affronta una crisi di coppia legata a un tradimento, spesso si è in cerca di una formula magica che possa rispondere alle proprie domande. Purtroppo, però, non esiste un’unica soluzione ed è necessario capire che dietro a ogni tradimento, può esserci un diverso significato

Ogni tradimento, infatti, può assumere un valore diverso a seconda delle dinamiche specifiche della coppia, dall’incastro relazionale fra i partner e dalle caratteristiche dei singoli individui. Questi elementi sono spesso inconsapevoli e possono essere poco presenti nella quotidianità , ma si rivelano determinanti negli snodi critici della storia della coppia.

Spunti di riflessione dalla teoria e dalla pratica clinica 

Proprio perché non è possibile delineare un unico significato sottostante il tradimento, oggi vi proponiamo alcune riflessioni che derivano da diversi modelli teorici (teoria dell’attaccamento, organizzazioni di significato personale, dinamica delle relazioni e così via) e che abbiamo osservato nei vissuti che i pazienti ci portano nella pratica clinica. Queste osservazioni ci hanno dato modo di vedere diverse storie di tradimento a seconda di chi li ha compiuti.

Il tradimento di chi “evita” è vissuto, talvolta,  come l’unica via d’uscita possibile per chi fa fatica ad affrontare (e accettare) di avere un problema di coppia. Affrontare questo problema richiederebbe una profonda apertura comunicativa, che metterebbe a rischio la propria rappresentazione di sé e della coppia, portando quindi a un coinvolgimento emotivo percepito come eccessivo e di molto maggiore rispetto a quanto la persona sia abituata a fare alla luce del suo funzionamento e della sua storia emotivo-relazionale. 

Cercare un rimedio al di fuori della relazione evitando un confronto più diretto ed intimo con il partner diventa quindi una via preferibile da percorrere, che può portare all’avvio di una relazione parallela che non richieda di affrontare il problema nella propria coppia.

Il tradimento “di chi ha paura” è legato alla  fatica di sentirsi alla “giusta” distanza relazionale ed emotiva con l’altro. Un’eccessiva distanza può rendere intimoriti e insicuri e spingere a cercare qualcuno che sia vicino e ci dia conforto e sostegno. Un rapporto più vicino, che implichi un certo grado di intimità affettiva, può far sentire invece soffocati e sopraffatti. Percepire che la relazione di coppia che si sta vivendo sia caratterizzata da pressioni o da un vincolo emotivo eccessivo, può comportare il desiderio di ristabilire una distanza, anche ricercando una relazione diversa al di fuori del rapporto di coppia.

Il tradimento di chi si sente “inadeguato” può essere una risposta a una crisi relazionale in cui uno o entrambi i partner sentono che la loro inadeguatezza è alla base del loro malessere di coppia e di non essere all’altezza di poter affrontare e superare quella situazione. Ciò che accade all’interno della coppia assume il significato di una ferita di una parte sensibile e profonda di sé, portando a una sensazione di disvalore importante. Poter fare esperienza che qualcun altro oltre al partner può innamorarsi ed apprezzare degli aspetti di sé, ristabilisce la sensazione positiva legata al sentirsi valorizzato e tranquillizzato, non essendo, così, inadeguato.

Il tradimento finalizzato alla “ricerca di sesso” può essere dovuto a problemaitche nell’esprimere con serenità i propri desideri legati all’intimità con il partner e a cercare all’esterno un appagamento per quei desideri. Sicuramente è comune immaginare che il sesso sia presente in tutti i tradimenti e che essi riguardino sempre una dimensione sessuale, ma è importante distinguere i casi in cui sia proprio il desiderio sessuale la spinta al tradimento verso il proprio partner.

Il tradimento come “riattivatore” può capitare specialmente nelle coppie consolidate da tempo, nelle quali i partner si sentono spenti, piatti e intorpiditi nella loro relazione. Per alcune persone queste situazioni sono profondamente difficili da sostenere e da affrontare a causa del  senso di disagio che provocano. La ricerca di una relazione che sia altro rispetto al rapporto di coppia permette di sentirsi “riattivati” e maggiormente stimolati, riducendo il dolore e il torpore emotivo sperimentato.

Il tradimento di chi teme “di restare solo” può essere la risposta quando un partner sente di non essere in grado di mantenere una relazione romantica stabile e teme che questa non durerà, lasciandolo inevitabilmente solo. Sentirsi rifiutati dal partner, leggendo alcuni suoi comportamenti come segnali legati a un aumento della distanza relazionale, produce un senso di paura, che porta alla ricerca di un altro partner alternativo come figura che possa assolvere alla funzione di rifugio rassicurante.

Il tradimento di chi non si sente “visto” può avvenire quando uno dei due partner sente che nella coppia le sue necessità e i suoi bisogni non vengono visti dall’altro. L’atto di tradire ha lo scopo di punire l’altro e protestare, così da avere maggiore attenzione dal partner, esponendolo allo stesso dolore. Chi tradisce, infatti, non si sente abbastanza importante essendo stato messo da parte per qualcos’altro (il lavoro, il tempo libero, gli amici, la famiglia di origine).  

Conclusioni

Questa lista non è sicuramente esaustiva e descrive solo tematiche generali che possono anche coesistere all’interno di una coppia e che possono portare all’infedeltà. Ciò che è importante considerare è che il comportamento di chi tradisce non ha a che fare esclusivamente con i vissuti emotivi del singolo, con la sua storia affettivo-relazionale e con le rappresentazioni di sé e della coppia. Sarebbe riduttivo dare significato all’infedeltà come fattore che riguarda uno solo dei due partner, in quanto il tradimento si caratterizza come dinamica che va a colpire la coppia e ha a che fare con le dinamiche relazionali che intercorrono fra i partner oltre che con le modalità relazionali ed emotive degli individui

L’infedeltà, infatti, rappresenta un tradimento dell’accordo di coppia, ovvero l’insieme di aspettative e presupposti che sostengono la coppia e che ne motivano la relazione.  

In altri termini, l’accordo di coppia si basa sulla rappresentazione che ognuno di noi ha di quello che dovrebbe esserci in una coppia e di come dovrebbe comportarsi il partner in risposta ai nostri bisogni (ad esempio lasciarci spazio, oppure essere in grado di rassicurarci nei momenti di difficoltà, oppure ancora è possibile che ci si aspetti che in una coppia non debbano esserci discussioni o momenti di crisi).

Quando uno dei due partner avvia una relazione parallela inevitabilmente, quindi, viola il patto implicito della coppia, andando a intaccare l’esclusività alla base della relazione.

Un ultimo aspetto da considerare per comprendere il significato dell’infedeltà è domandarsi in quale snodo della vita di coppia ci si trovi. Rendere la relazione ufficiale, andare a convivere, il matrimonio, la prima gravidanza, l’uscita dei figli da casa e così via, sono tutti momenti cruciali della vita insieme. In queste fasi la solidità della coppia e la stabilità dell’accordo tra i partner possono essere messe alla prova. Questi passaggi possono rivelarsi difficili, particolarmente stressanti, se non addirittura dei veri e propri riattivatori di alcuni momenti difficili della propria storia affettiva. Possono inoltre essere snodi durante i quali “i nodi vengono al pettine”: i problemi che fino a quel momento sono stati messi da parte possono ritornare alla luce, portando a una crisi di coppia che può manifestarsi con un tradimento.

Tener conto di tutti questi aspetti non è sempre facile, parlarne con un professionista può aiutare a mettere ordine e comprendere con maggiore chiarezza il significato specifico di ciò che è accaduto e ciò che sta dietro al tradimento.

Bibliografia:

Sakman, E., Urganci, B., & Sevi, B. (2021). Your cheating heart is just afraid of ending up alone: Fear of being single mediates the relationship between attachment anxiety and infidelity. Personality and Individual Differences, 168, 110366.

Carli, L., Cavanna, D., Zavattini, G.C. (2009). Psicologia delle relazioni di coppia. Il Mulino

Attili, G. (2007). Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente. Cortina Raffaello

https://www.scientificamerican.com/article/why-do-people-in-relationships-cheat/

https://www.healthline.com/health/why-people-cheat

Il Buco emotivo, come riempirlo?

Ti è mai capitato di sentire un senso di mancanza? Non sai bene la mancanza di cosa, ma di sicuro senti un vuoto e un bisogno di riempimento, esattamente come senti lo stomaco vuoto quando hai fame. Sentire un buco nella pancia è una metafora per parlare di quel senso di vuoto, di angoscia e di dolore inconsolabile che alcune esperienze ci attivano. 

A volte è difficile trovare le parole per raccontare come ci sentiamo, a volte abbiamo bisogno di sentirci raccontati. Da piccoli ci venivano lette le fiabe e i loro personaggi coinvolti in mirabili avventure aiutavano la nostra mente a trovare immagini e possibili cornici di senso al nostro mondo interiore. Le storie aiutano a integrare i frammenti della nostra esperienza emotiva non solo da bambini, ma durante tutta la nostra vita. 

Ecco perché vogliamo consigliarvi la lettura di questo albo illustrato: Il Buco, di Anna Llenas, edito da Gribaudo.

C’era una volta Giulia, una bambina allegra, spensierata, ma all’improvviso un giorno tutta la sua serenità sparì e si ritrovò con un grande buco nella pancia, da cui uscivano mostri e vento gelido. Giulia iniziò freneticamente la ricerca di un tappo per quel suo buco, così da non sentire più tutti quei fastidi. Ne provò tanti, diversi, ma nessuno era quello giusto, il buco restava sempre lì con tutta la sua profondità. Un giorno smise di cercare tappi, cadde esausta sul pavimento e si sciolse in un lungo pianto. Le lacrime si esaurirono e rimase in silenzio, a lungo, finchè non trovò il coraggio di guardare dentro il suo buco e dopo che i suoi occhi si adattarono all’oscurità cominciò a scorgere immagini, melodie, mondi interi. Il buco cambiò forma ma non si chiuse mai del tutto, ma Giulia ora lo sentiva come una parte di sé, come una ricchezza e non come una mancanza.

Quando ci sentiamo male, in un modo impulsivo cerchiamo di “sentire meno male”, attivando meccanismi di difesa istintivi più o meno funzionali. Può capitare di cercare fuori di noi un qualcosa che ci aiuti a regolare i nostri stati emotivi interni disturbanti: ad esempio da adulti quando ci coglie la tristezza o la rabbia possiamo comprare oggetti e vestiti, abbuffarci con il cosiddetto comfort food oppure buttarci a capofitto nel lavoro etc.

Il ricorso a un regolatore esterno, ovvero ai “tappi”, può diventare sempre più frenetico e cristallizzandosi può sfociare in stati di malessere gravi, come ad esempio nelle “new addictions” o dipendenze comportamentali: quelle condizioni psicopatologiche in cui la persona non riesce a stare in contatto con le proprie emozioni negative e ricerca un oggetto o un’attività  socialmente accettata (ad esempio il telefono cellulare, internet, il sesso) che agendo sui circuiti neurali della ricompensa diventano illusoriamente regolatori emotivi. La persona riuscirà sempre meno a limitarne l’uso e l’iniziale sollievo offerto sarà sostituito da una crescente distorsione dell’esperienza individuale. 

Una new addiction di cui si sente molto parlare è la Dipendenza Affettiva o Love Addiction, ovvero quella condizione in cui si vive la relazione come elemento imprescindibile alla propria esistenza e il nostro funzionamento ruota interamente attorno alla relazione che abbiamo con il partner. Partendo dalla sensazione di non poter vivere senza l’Altro, la persona è spinta a ricercarne sempre la presenza, ad aumentare il tempo speso insieme fino ad annullare quello impegnato in altre esperienze e a chiudersi in un autoisolamento. Come nelle dipendenze da sostanze, l’individuo ha la sensazione di provare piacere e benessere solo attraverso l’Altro, sperimenta una sorta di astinenza, ovvero uno stato di disperazione inconsolabile nei distacchi, con una riduzione della capacità lucida e critica rispetto a sè e agli eventi e un crescente bisogno incontrollabile della presenza del partner. 

Siamo portati a pensare alla dipendenza affettiva come una modalità relazionale non sana tipica della coppia amorosa, ma in realtà può interessare tutte le relazioni diadiche significative, ad esempio quella tra genitore e figli, tra fratelli e sorelle, tra amici o perfino medico e paziente (Antonelli et al., 2021). In ogni relazione infatti si può riproporre una sorta di schema disadattivo, caratterizzato dalla convinzione di non poter essere amabili, dal terrore della perdita e dell’abbandono e in cui il bisogno pervasivo dell’Altro alimenta un costante stato di allarme rispetto al quale il soggetto non sente di poter avere alcun controllo, o meglio regolazione, vivendo forti stati depressivi e ansiosi.

Il nostro sistema di regolazione emotiva viene a costruirsi attraverso le nostre prime esperienze relazionali, è legato al nostro sistema di attaccamento. Quando da piccoli le persone che si occupavano di noi non sono state in grado di porsi in ascolto dei nostri bisogni, sono state assenti, incostanti o imprevedibili, non riusciamo a sviluppare né una chiara percezione di noi stessi e di come ci sentiamo, né un senso di competenza e di sicurezza, nè adeguate strategie per tollerare e controbilanciare le nostre emozioni. Da adulti riproporremo nelle nostre relazioni affettive gli stessi modelli vissuti, in cui la nostra dis-regolazione emotiva è sia origine che risultato, come un serpente che si morde la coda.

Quella sensazione di avere un buco dentro, un senso di difettosità, è da una parte la nostra ferita, ma anche la porta per entrare in un contatto autentico con il nostro mondo emotivo, per ricominciare a sperimentare nuove modalità di comprensione e di cura della nostra persona e di relazione con gli altri.  

La psicoterapia aiuta a non entrare soli in quel buco e a ritrovare un senso di interezza e continuità di sé e a trasformare il proprio sistema di regolazione emotiva, così da poter costruire un senso di benessere, in cui il vissuto di solitudine angosciante lascerà il posto a un senso di nuova autonomia.

Bibliografia:

A. LLenas, Il Buco, Gribaudo, 2016

V. Caretti e D. La Barbera, Le dipendenze patologiche, Raffaello Cortina Editore, 2004

R. Norwood, Donne che amano troppo, Feltrinelli, 2013

A. N. Schore, La regolazione degli affetti e la riparazione degli stati del sè, Astrolabio Ubaldini, 2008

Non è più com’era all’inizio: vuol dire che non ci amiamo più?

Per rispondere a questa domanda, è necessario considerare alcuni elementi: quali sono le fasi di una relazione di coppia? Perché da un primo periodo di forte passione si passa a una fase in cui l’amore sembra “intiepidirsi”? Significa che non siamo più innamorati come prima?

Per poter comprendere le dinamiche che giocano un ruolo chiave nelle relazioni di coppia dobbiamo osservare le diverse modalità relazionali che si alternano e interagiscono tra i partner. 

Queste modalità si attivano in differenti circostanze e sono innescate da differenti sistemi motivazionali. I Sistemi Motivazionali Interpersonali guidano la costruzione e la regolazione delle relazioni intersoggettive. Esistono cinque sistemi motivazionali interpersonali:

  • L’attaccamento, che regola i comportamenti orientati alla ricerca di cura e conforto in situazioni di pericolo o dolore;
  • L’accudimento, che regola i comportamenti orientati all’offerta di cura e conforto in situazioni di pericolo o dolore;
  • L’agonismo, che regola i comportamenti orientati alla definizione di gerarchia e nel definire ruoli di dominio o sudditanza;
  • La sessualità, che modula i comportamenti orientati alla regolazione dei comportamenti seduttivi implicati nella formazione della coppia;
  • La cooperazione, che regola i comportamenti orientati alla collaborazione volta a un obiettivo condiviso.

Nonostante i sistemi motivazionali interpersonali siano tendenze universali, biologicamente determinate e selezionate su base evolutiva, la loro espressione ha variabilità individuali. Ciò significa che nonostante tutte le persone siano guidate dai medesimi bisogni, le esperienze emotive e le modalità relazionali sono diverse per ogni persona. Quando due persone si incontrano, i loro scambi intersoggettivi sono regolati dalle interazioni dei sistemi motivazionali di entrambi. Una volta attivati, i sistemi motivazionali organizzano il comportamento sociale, interpersonale, oltre che l’esperienza emozionale e la rappresentazione di sé in relazione all’altro.

Nello sviluppo delle diverse fasi della relazione amorosa, i diversi sistemi motivazionali che abbiamo sviluppato interagiscono con quelli del nostro partner e interagiscono diversamente nelle diverse fasi della nostra relazione.

Per spiegare i cambiamenti che avvengono nella coppia, dobbiamo quindi considerare alcuni importanti sistemi motivazionali: l’attaccamento (richiedere cura), l’accudimento (fornire cura all’altro) e la sessualità. Questi fattori, incastrandosi fra loro in modo diverso e assumendo un peso differente nel corso del tempo, determinano delle modificazioni nei vissuti che accompagnano la relazione con il partner. 

Fase dell’innamoramento (o del flirting): 

l’attrazione sessuale ha un ruolo fondamentale, avendo avuto un peso importante anche nelle prime fasi di avvicinamento e conoscenza dell’altro. I partner passano più tempo impegnati nella ricerca della vicinanza fisica reciproca, nel contatto visivo con l’altro e nell’esplorazione dell’intimità sessuale. Laddove il corteggiamento sia avvenuto con l’intenzione di costruire un legame duraturo, entrano in gioco già in questa prima fase, seppur in modo meno spiccato, elementi come la ricerca del calore affettivo e la sensibilità emotiva. Queste due dimensioni hanno a che fare con il sistema motivazionale dell’attaccamento e del caregiving, a riprova del fatto che fra i presupposti orientati alla costruzione di un legame di coppia vi sia anche la ricerca di un partner al quale potersi “attaccare”, che garantisca vicinanza emotiva oltre che fisica. 

Fase dell’amore: 

il legame di attaccamento si stabilisce in modo più solido e da una fase di maggior eccitamento la coppia vira verso una relazione maggiormente basata sul reciproco conforto. In questa fase i rapporti sessuali possono diminuire, mentre assumono un peso maggiore la ricerca di accudimento emotivo e la vicinanza affettiva. I partner diventano quindi figure di riferimento l’uno per l’altra, iniziando a garantire all’altro di poter trovare una base sicura sulla quale poter fare affidamento. 

Il ruolo di base sicura viene infatti garantito dal partner laddove sia disponibile a porsi come persona che sostiene l’altro nell’esplorazione del mondo esterno, oltre a fornire cura e conforto a fronte di situazioni stressanti o particolarmente difficili. Questo costrutto fa sì che il legame di coppia possa rispondere al bisogno di sicurezza dei due partner, svolgendo una funzione fondamentale per il benessere di entrambi. 

Fase postromantica (o della vita quotidiana):

la solidarietà fra i membri della coppia e la cura reciproca prevalgono rispetto ad altri sistemi motivazionali. La sessualità può calare e le manifestazioni di affetto fra partner possono sembrare più sporadiche rispetto alle fasi precedenti. In realtà, il livello di interdipendenza è molto alto e il legame di attaccamento fra i due è consolidato. La progettualità condivisa, gli obiettivi comuni e la condivisione della propria dimensione affettiva diventano elementi costitutivi della coppia.

Torniamo quindi alla domanda iniziale. Osservare che nel corso del tempo la propria coppia vive dei cambiamenti rispetto alla frequenza dei rapporti sessuali, non sentire più le farfalle nello stomaco come i primi tempi e non avere il bisogno di passare la maggior parte del tempo insieme è indice del fatto che l’amore stia, in realtà, finendo? 

Ovviamente ogni vissuto ed esperienza di coppia è unica e non è possibile generalizzare. Possiamo però considerare che tutte le coppie attraversino degli step, durante i quali i desideri e i bisogni naturalmente sono portati a cambiare. Questo influenza i vissuti emotivi dei partner, che si riadattano insieme a seconda della fase che stanno attraversando. Appare quindi importante ricordarsi che sentire che l’emotività e la sessualità in coppia stiano cambiando, non equivale a dire che l’amore stia svanendo. Anzi, a volte può essere sintomo di crescita e del passaggio a una fase di coppia più matura. 

Riferimenti bibliografici:

Liotti, G. (1995). Disorganized/disoriented attachment in the psychotherapy of the dissociative disorders.

Gilbert, K. R. (1989). Interactive grief and coping in the marital dyad. Death studies, 13(6), 605-626.

G. Attili (2007). Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente.

L. Carli, D. Cavanna, G.C. Zavattini (2009). Psicologia delle relazioni di coppia.

C. Hazan, D. Zeifman (1999). I legami di coppia come attaccamenti. Valutazione dei dati, in J. Cassidy, P.R. Shaver (2002). Manuale dell’attaccamento. Teoria, ricerca e applicazioni cliniche.

M. Mikulincer, G.S. Goodman (2006). Dynamics of romantic love. Attachment, caregiving and sex. 

J. Bowlby (1982). Attaccamento e perdita. Vol. 1, L’attaccamento alla madre

L’équipe: accrescere la competenza, ampliare le prospettive

Cos’è un’équipe

Il termine èquipe si riferisce originariamente a termini come “imbarcarsi” o “barca” ed in contesto sociosanitario indica un gruppo di persone che lavorano insieme ad uno scopo di cura comune

L’ èquipe di psicologi psicoterapeuti è un gruppo di colleghi accomunati dallo stesso titolo di studio, che insieme si confrontano sul modo migliore per occuparsi della cura dei propri pazienti. L’ èquipe di psicologi psicoterapeuti è quindi una squadra di colleghi uniti da uno scopo comune.

A cosa serve un’équipe di psicologi? 

All’interno di un’èquipe ci sono spesso colleghi che sì, sono tutti psicologi psicoterapeuti, ma hanno orientamenti teorici e formazioni diverse

Gli psicoterapeuti, infatti, si specializzano nell’utilizzo di tecniche e modelli teorici diversi. Alcuni si concentrano più sulla risoluzione dei sintomi, altri per esempio sulle dinamiche inconsapevoli. 

Ci sono poi psicoterapeuti specializzati nell’occuparsi di adulti, altri di bambini o anziani, altri ancora più esperti nel fare valutazioni diagnostiche o nell’utilizzare tecniche specifiche (per esempio EMDR o Mindfulness).

La presenza di colleghi con orientamenti teorici e formazioni diverse significa la possibilità di mettere a confronto esperienze professionali e formazioni diverse, diversi punti di vista sulla stessa problematica e una molteplicità di approcci e soluzioni allo stesso sintomo o bisogno del paziente. 

Cosa succede in uno studio professionale con un’équipe di psicologi? 

Negli studi che dispongono di un’èquipe psicologica, si discutono le richieste delle persone che vogliono iniziare una terapia o usufruire di altri servizi, allo scopo di individuare il professionista più adatto per rispondere alla domanda della persona.

Inoltre, l’èquipe di psicologi si riunisce periodicamente per aggiornarsi e confrontarsi sull’andamento delle terapie e dei servizi offerti dallo studio.

Questi momenti di confronto servono al professionista per avere un confronto con i propri colleghi, per arricchire la propria pratica professionale e per imparare dalla competenza e dalle conoscenze dei colleghi. Tutti i partecipanti all’èquipe sono strettamente tenuti al segreto professionale e i casi sono discussi facendo attenzione a tutelare la privacy della persona sulla cui situazione ci si sta confrontando.

Se accedo ad uno studio con un’équipe di psicologi incontrerò e parlerò con tutti gli psicologi?

No, non è detto. L’èquipe avrà cura di scegliere il professionista più adatto, che poi si occuperà in prima persona della persona che ha fatto la richiesta. 

In alcuni casi, è possibile che il tuo psicoterapeuta proponga di fare alcune sedute con un altro professionista, per esempio per risolvere una difficoltà specifica, rispetto alla quale il collega può avere strumenti e conoscenze utili.

“A te e famiglia!”: le trappole familiari durante le feste

Le festività sono alle porte e, come ogni anno, siamo alle prese con pranzi, cene, scambi di regali e momenti di condivisione con le famiglie di origine. Che l’incontro con i propri parenti avvenga una volta l’anno proprio in occasione del Natale, o che sia un evento speciale nell’ambito di una frequentazione quotidiana, le feste possono far emergere preoccupazioni e nervosismi legati ai vissuti familiari. Questo capita a tutti! Essere consapevoli delle dinamiche che muovono i nostri sistemi familiari può aiutare a farci sentire più calmi e meno in balia degli eventi.

I segreti familiari

Fra le modalità comunicative disfunzionali che influenzano il modo in cui una famiglia sta insieme ci sono i segreti familiari. Sono solitamente caratterizzati dall’intenzionalità di occultare informazioni ritenute importanti riguardo eventi o fatti sia personali sia familiari che, nonostante vengano esclusi, esercitano una certa influenza sulla sfera emotiva, cognitiva e comportamentale di ogni componente della famiglia. In particolare, l’impossibilità per i genitori di comunicare verbalmente riguardo eventi vissuti in precedenza nel corso del proprio passato relazionale e in merito a traumi vissuti nel corso della crescita hanno un impatto sulla relazione con i figli e sul benessere del nucleo familiare. Il mantenimento di un segreto determina una riorganizzazione del sistema familiare, secondo la quale si creano alleanze basate sulla distanza e la vicinanza fra i membri del nucleo. È così possibile evitare alcuni argomenti, distorcere le informazioni, mantenere implicitamente regole riguardo ciò che può essere detto, creare miti familiari e fantasie. Le strategie che le famiglie utilizzano per mantenere i segreti e non raccontare alcuni eventi sono diverse e possono causare confusione, ansia, senso di solitudine, sfociando in un malessere familiare più ampio. Il segreto ha dunque un impatto sulle relazioni familiari, creando barriere oltre che alleanze, riducendo il grado di fiducia e influenzando le modalità comunicative familiari.

“Non dire” per proteggere sé e gli altri

Può anche accadere che alcuni membri della famiglia non raccontino alcune esperienze vissute in passato senza avere l’intenzione di nasconderle o di eludere le domande degli altri membri in proposito, ma per evitare di soffrire ricordandole e per proteggere i familiari dal dolore che potrebbero provare. Spesso sono i genitori che tendono ad omettere alcune informazioni, evitando di raccontare le loro esperienze, agendo con l’intenzione di preservare i propri figli dal dolore e posticipando il più possibile la condivisione dei propri vissuti. La scelta di non parlare apertamente di alcuni temi ha così  lo scopo di proteggere i propri affetti oltre che sé stessi. In alcune famiglie, quindi, si cerca di non comunicare in merito ai temi che provocherebbero maggiormente dolore ai suoi membri, escludendo le informazioni che potrebbero turbare l’equilibrio del nucleo. Il silenzio si pone quindi come strategia utile al mantenimento del “non detto” e dell’omeostasi raggiunta dall’intera famiglia e non solo come modalità protettiva del singolo individuo. Ciò che spesso accompagna il “non detto” è un sentimento di vergogna, in quanto il contenuto di cui non è possibile parlare in famiglia solitamente rappresenta una smentita rispetto all’immagine presentata verso l’ambiente esterno.

I miti e i tabù familiari

In molte famiglie è possibile ascoltare racconti ben conosciuti da ogni membro, che solitamente prendono il ruolo di veri e propri aneddoti che vengono ricondivisi regolarmente, spesso proprio durante le feste. Da queste narrazioni emergono personaggi che fanno, o hanno fatto parte, del sistema familiare e che vengono ricordati per fatti o qualità specifiche, solitamente interpretate come positive. E’ il caso dello zio “gran lavoratore”, della nonna “vedova e instancabile”, della sorella “che si sacrifica sempre per gli altri” e così via. Questi miti questi miti donano a ogni famiglia un’aura di specialità e unicità, ma al contempo ne limitano i membri, ai quali è richiesto di aderirvi e portarne il fardello ricalcandone i modelli.

I tabù familiari riguardano invece tematiche che vengono escluse dalla conversazione, come ad esempio la sessualità, la fragilità emotiva o la malattia . I membri della famiglia sentono che questi temi potrebbero andare ad intaccare l’immagine idealizzata del sistema, costituendo quindi un rischio troppo grande da correre. Non vi è nemmeno la necessità di etichettare esplicitamente alcune questioni come tabù, dal momento che questi sono solitamente assodati e implicitamente condivisi tra i familiari.

Le lealtà invisibili

All’interno di un sistema familiare, ogni membro occupa una posizione, come un nodo all’interno di una rete. Questo posizionamento presuppone obblighi, impegni, oneri e onori. a cui tutti sono tenuti per mantenere il funzionamento familiare prestabilito. Un tentativo di trasgressione può, in alcuni casi, essere scoraggiato o portare addirittura al rifiuto e all’allontanamento dai propri legami familiari, in quanto elemento pericoloso per l’equilibrio familiare. I vincoli di lealtà portano a una difficoltà nel processo di separazione e individuazione personale rispetto al nucleo familiare, imponendo la rinuncia al desiderio di esplorare la propria unicità e la possibilità di essere realmente indipendenti. Ecco allora che, di fronte a un tentativo di emancipazione, emergono paure e sensi di colpa. 

Costruire un senso di appartenenza sano, affettivo e flessibile alla nostra famiglia e non lasciarci ingabbiare in posizioni vincolanti, rigide e stereotipate sembra dunque essere una sfida quotidiana per ognuno.

Le triangolazioni

Laddove vi sia un conflitto nella coppia genitoriale, è possibile che si creino situazioni in cui un figlio venga triangolato. Con l’obiettivo di spostare la tensione al di fuori dalla coppia, il figlio può essere “tirato dentro” lo scontro, rendendo molto più complesso il processo di svincolo fisiologico dal proprio nucleo familiare e l’avvio del processo di individuazione personale. Possono quindi crearsi relazioni familiari che ruotano attorno ad alleanze fra un genitore e un figlio, coalizioni fra genitori conflittuali, inversioni di ruolo (un figlio si prende cura del genitore e non viceversa) e così via. Anche in questo caso, la dinamica della triangolazione ha l’obiettivo di mantenere l’equilibrio omeostatico della famiglia, evitando ogni tipo di cambiamento. I membri della famiglia che vengono toccati dalla triangolazione vivono però uno stato di angoscia e sofferenza, determinato dal ruolo che si sono trovati involontariamente a giocare in questa dinamica. 

Queste sono solo alcune delle dinamiche che possono verificarsi all’interno dei sistemi familiari e che vengono utilizzate in terapia come “chiavi di lettura” per comprendere a fondo le origini di una persona. Poter indossare gli occhiali che permettono di individuarle con consapevolezza può aiutare a sentirne meno il peso e, perché no, rendere possibile il tentativo di fare dei movimenti per cambiare la propria posizione all’interno della rete familiare, per riuscire a sentirsi meglio anche durante i ritrovi in famiglia per le feste, percorrendo nuove strade relazionali